Anna Maria Carpi - E tu fra i due chi sei. Libri Scheiwiller, Milano, 2007. pp. 82, euro 11,00 a cura di Enzo Rega
Con la nuova raccolta di poesia, Anna Maria Carpi, elbano-emiliano-irlandese che vive a Milano e insegna all’Università di Venezia, approfondisce il discorso del volume precedente, Compagni corpi, pubblicato dallo stesso editore. La sua interrogazione investe la questione più cruciale, quella della vita e della morte, con la radicalità del cinema di un Bergman o della narrativa di un’Alba de Céspedes (cfr. Nel buio della notte). E su tutto l’affermazione di Heidegger: “essere presenti significa tenersi fermi nel nulla”; anche se punto di riferimento della Carpi è piuttosto quel Nietzsche del quale ha tradotto le poesie e del quale qui ricorda la concezione dell’eterno ritorno: «E se poi ci fosse, / come voleva quel pagano Nietzsche, il ripetersi eterno dell’identico, / tempo a spirale, senza senso e dio, / nel meriggio furente, / nella notte dei tempi?» (pp. 70-71). Il tempo e dio: questioni cruciali. «Al tempo chi ci crede? Per me non può passare. Io sono un’eccezione» (p. 25; perciò il lago come acqua che ristà apparentemente su se stessa, anche se poi la felicità sembra a un certo punto affidata a una nave che in alto mare affronta la curvatura della terra).
Ed ecco dei passeggeri anonimi in viaggio, sulle cui vite, per un momento ammassate in uno scompartimento, interrogarsi: «Ora fa buio e sarà buio un pezzo / e lungo il viaggio, il tempo / per contemplare gli altri / che non sanno di me né io di loro...» (p. 13); e con i quali si vorrebbe restare, perché: “Solo un viaggio comune è senza fine” (p. 14). Come spesso, è dalla banalità del quotidiano, minimalisticamente colto (con qualcosa della narrazione annichilita di un Carver), che emergono le questioni fondamentali, per uno scatto finale che può ricordare la torsione delle massime di La Rochefoucauld. Dall’ingorgo di gente davanti a un bar o dalle orde nel metrò (sempre questo stringersi insieme di “compagni corpi”) si è spinti a chiedersi: «figli di Dio o materia / per la scienza e la morte?» (p. 18). Quindi, dio.
Non tanto il dio che faccia giustizia sulla terra. Anche quello: «Certo, sarebbe bene che Dio fosse / per far giustizia: grida / vendetta quello che succede / ogni giorno nel mondo» (p. 70). Ma la verità cercata ha valenza ontologica, a garanzia del nostro stesso essere, della perpetuazione del nostro esserci (non qui e ora, ma per sempre): «Io lo so bene a che mi serve Dio / [...] / e mi assicuri: / in qualche forma ci sarai per sempre. / Io non domando quale» (p. 54). Anche se questa forma qualunque non soddisfaceva gli anziani della de Céspedes, legati ai loro quotidiani gesti. E forse nemmeno la Carpi che nel poemetto finale fa dire al protagonista in punto di morte: «Ditegli che non stiano a commemorami, / non val la pena, perché io sono e resto / dov’ero, in casa, nella stanza accanto» (p. 78). È difficile per il nostro “io” considerare la propria carne come “un altro”.