William Stabile - Contrappunti e Tre Poesie Creole (introduzione di Vincenzo D’Alessio). Fara Editore, 2006 pp. 59, euro 8,00 a cura di Monia Gaita
“Contrappunti e Tre Poesie Creole” di William Stabile offre subito l’impressione d’un coro a voci miste che non rinuncia a nessuna delle sue prerogative disvariate di scrittura medusaria fortemente attrattiva. Né risulta pregiudizievole alla salute delle immagini il giacimento di grande potenzialità espressiva di vocaboli variamente metabolizzati dal lessico straniero a premere i pulsanti d’un controcanto nel quale la dualità portante d’armatura “animus et pavor” si spende profusamente non toccando mai le prode tassative d’una scelta inaffondabilmente allineata. La malleabilità accorta d’uso dell’inglese converge a sollecitare un indirizzo comunicativo spesso e vibratile, nell’approdo vivifico-fecondo a una decorazione dinamica che non ha nulla di irrigidito o preferentemente strumentale: (Pag. 23) I was walking in the rain / While the evening wind / Rimboccava le coperte alla Terra./ Still a drop on my face./ I was walking in the rain / Mentre lottavo per convincere / La mia mente e invano le dicevo: / “ Niente, nothing / Nothing. / Non c’è niente dietro la lamina di platino”. E davvero la scrittura s’incassa rompendo le zolle vizze di pose artificiose tra precìpiti costoni di paziente zelo inventivo, camminando fuori delle zebre piattamente ipersfruttate del piogenico già detto:(Pag.26)“ Pastoso di avocado me ne vado / In un nocciolo uterino, / Satellite verde della terra. / Inasprito da gocce di limone.../Prima di morire, / Mi passerò la mano tra le foglie tropicali / Mangerò mamey, tamal y mechoacán / E come un guapo gaucho vestito di pollera / Attraverserò i confini ballando una bachada”. L’uomo è “ goccia d’acqua su un filo che scorre via” tra pìngui vivande di oggetti materiali pigiati come acciughe, a zampillare esuberanza risoluta, a muovere un volante gomma piena d’inarreso, a fare buona pescagione di valori condivisi, a reggere il timone di comando dei motivi per andare avanti malgrado tutto. Il poeta prende la parola sui temi più disparati, trapassando da parte a parte le pelagiche inquietudini della modernità: (Pag. 45) “Uomo del mio tempo, dopotutto, / che cosa ti rimane? / Il silenzio della strada ti avvolge / mentre ti sfila l’uniforme / - per una guerra che non è tua - / che ti hanno messo addosso questa mattina.../ Un biglietto nella mano - dell’ultimo giro -/ come un bimbo triste / di una giostra su cui non sei mai salito, e poi? / Un sogno: il volto del Guerrigliero / impresso sulla maglietta.” “E’ un abito collettivo il dolore” recita la lirica “Sulla faccia del quadrante” quasi a confermare l’inevitabilità per ciascuno, prima o poi, di salire il pendio delle difficoltà nell’incendio di vaste proporzioni degli incanti violati. Eppure dal messaggio non propaggina il gioco di stantuffi punitivo della resa; oltre il purulento delle disfatte abominate, la volontà si fa accanita fumatrice di speranza, attingendo vis e afflato rinnovato da quella che l’autore chiama in via metaforica “Gran Signora”. (Pag. 43 ) “La Gran Signora e Tu, poeta, / vi guarderete negli occhi, / finalmente nudi, / seduto sulle sue ginocchia. / Tua è l’estasi. / Ti sarai spogliato del vestito sudicio / che ti metti addosso: / perché se non sei poeta non sei nulla”. Il capitalismo alimenta invece amare certezze coi suoi frutti allappanti che vanno intimando l’alt ad un progresso egualitario ed equilibrato per le molteplici fasce sociali: (Pag.34) “sei come quei becchini / in servizio permanente / con un piede sull’orlo della fossa / che aspettano di rimboccare / un po’ di terra fino al prossimo contratto / di lavoro temporaneo/... voglio dirti addio / capitalismo./ Per piacere / non venirmi a cercare: / sì io sono un comunista / solo perché penso un po’ / non faccio shopping a Natale / non voglio l’I Pod / e me ne vado a spasso piano piano.” Il libro sembra poi dibattersi nell’ancheggiante alternativa della colloquialità spedita e della complessità prestata fantasiosa all’espansiva ricchezza del discorso. Una poesia quindi, dal carattere energico che si esime da ogni elastica tentazione di chiusura ermetica con l’esterno: le parole, senza freni d’emergenza, arrivano al lettore elevando di parecchio i piani di strada dell’emozione pura e di un sentire in presa diretta in grado di realizzare la riconoscibilità più coinvolgente e piena.