Germain Droogenbroodt - Controluce (trad. T. Orrù). Puntoacapo Editrice, 2008. pp. 64, euro 9,00 recensione di Guido Monti
Nella raccolta poetica “Controluce” di Germain Droogenbroodt, ciò che risalta come idea primaria, è il movimento metamorfico, del dato naturale che disvela una continua trasformazione di ciò che vive, non però il segreto del vivere, il suo arcano, volatile ed imprendibile: “ Lentamente/ come si scrive un poema/ sorge dal nulla l’alba// si stacca dal silenzio/ e dà luce// ovunque appare il verde/ viatico per il sole// che dalla terra/non allontana altra oscurità// se non la notte”.
La luce naturale illumina il profilo del mondo, illudendo l’uomo ed il suo sapere di una perfetta visibilità che è solo apparente: “..l’orizzonte/beve dall’aurora/il tiepido sangue// ed il cuore/specchiandosi nel sole/si rallegra senza ragione” e così la fisicità che gioca con i sensi seducendo ed ottenebrando la psiche.
Cosa rimane della memoria dell’uomo, delle sue accensioni spirituali, dei suoi ideali, in questo continuo divenire di cosmogonie astrali? Un deserto, un nulla: “....sete, solitudine, ricordo,.. / brandelli di felicità fugace/ di cui resta tra le dita poco più/che la polvere della sabbia”. E la forza dei colori, dei suoni, che sempre rimandavano lo spirito umano ai luoghi del simbolo, dell’allegoria, si vuotano di significati sottesi, sono solo quel che appaiono, la mente diviene arida, per aridità di spirito, tutto racchiuso nelle maglie dello scientismo numerario: “Per tutta la vita al canto dell’usignolo/e ai colori del pavone mi sono estasiato/non dirmi che uno è solo voce/e l’altro, non è che colore”.
Ma appena l’uomo si desta dal tepore tecnologico, realizza che il suo esserci è dato come per miracolo, gli appartiene solo per un attimo, e le relazioni anche le più autentiche e salde parlano in verità di solitudini finali, che cancellano ogni legame: “.....ciò che è unito/sarà un giorno diviso/pallido e nudo/cancellato”.
Il pensiero è visto allora, come un laboratorio di idee, che espande all’infinito il mistero esistenziale e la parola che ne deriva oscura o chiara, vive solo dentro il luogo del tempo e così i sensi umani sono avamposti affacciati sulla finestra buia del mistero: “L’orecchio/incollato alla finestra cieca/ della notte/ si sente/ - il silenzio”.
Torna nella poesia di Germain Droogenbroodt, sempre l’idea dell’uomo accecato dal suo io, che sembra smarrire l’autentico sentiero che porta al sé, nella bramosia d’avere, perde tutti gli strumenti mentali che gli ricordano del suo limite e di qui la crescita della sua disperazione, alimentata da questa pulsione ad un allargamento dissennato, febbrile: “ Sei l’oscurità/ nel tuo stesso ardore/-uomo// scendi fino al fondo/della notte// cerca col bastone del cieco il limite/non oltrepassarlo”.
Ecco allora che per recuperare un centro focale, l’uomo sembra condividere i suoi beni più preziosi con gli uomini più disperati, gli ultimi, diviene seminatore di fiori, dando un nuovo senso al suo esserci frammentato: “...non risparmiare l’elemosina/spartisci con i nomadi della notte/il pane e il vino/getta rose nell’acqua”.
E il vero della vita, è nella mutazione non nella fine, la natura più profonda, dice il poeta, lo testimonia con i suoi atti: “Niente è duraturo/né qui né nell’universo/...l’acqua del fiume/ si dissolve nel mare/ evapora/ e di nuovo si trasforma la nuvola/in acqua”.
Nel tempo del moderno, spogli di ogni ideologia, di ogni credenza fideistica, si è soli col proprio pensiero, piegato al determinismo scientista, che fa aumentare il sapere ma non la saggezza, ed i sensi s’appannano come strozzati ad una verità imprendibile.
La società meccanizzata espande il deserto dell’uomo, non lo riduce: “Gli uomini, gli oceani, le terre/si sollevarono contro l’antico dominio/distrussero le tavole/trafissero gli occhi al profeta/che da allora vaga/cercando con il suo bastone da cieco/la terraferma.” e la terra diviene l’alveo di una riproduzione fisica, non anche spirituale dei corpi: “...un uomo/si moltiplica in molti uomini//un’anima/in molte anime?” quella terra che è stata da sempre luogo di interrogazione esistenziale, di destinazione finale, ontologica, dell’uomo di tutti i tempi, dove le domande si allungano come ribadisce il poeta con l’allargarsi del sapere: “Tutto è stato creato/ma niente è compiuto/la notte/ distende larghe ombre/ respira ancora/ in tanta oscurità/ la luce?” e le traiettorie astronomiche che muovono il cielo, non fanno altro che indicare un movimento celeste anch’esso carico di domanda “...terra/ attorno al proprio asse/trottola/che qualcuno ha lanciato/...”.
Ma l’uomo non si cura di questi eventi-interrogazioni, drogato dal suo piacere miope, ritaglia da millenni il suo breve sguardo nel proprio specchio, origine del vitello d’oro d’ogni tempo: “...dalla finestra aperta si scopre/quanto è malata l’umanità//sotto le macerie fumanti/arde ancora il fuoco di Sodoma// il vento della notte/trattiene il respiro.” e così la parola si conforma al suo viversi effimero, si veste di conoscenza non di sapienza: “La parola/non concede più asilo//quale luce prende dalla notte se non/la sola oscurità...”.
Quindi il procedere delle scienze, restringe in una nicchia la tensione metafisica e con essa la parola che la diceva non più centro d’ascolto, non più luogo da dove partire: “Il volto degli dei si dissolve//sguarnita lascia la parola/e al pellegrino non offre altro/né regola né dimora...”.
Ecco allora, che quando l’orizzonte di senso minaccia di disintegrarsi davanti alla violenza della contemporaneità, la luce mentale dell’origine, sembra essere l’unico punto cui guardare: “...luce, scagliata/come segnale e boa//quando minaccia di annegare nel mare//l’orizzonte”, cui raccomandarsi dinanzi ad una oscurità sempre più fonda ed anche quando il fuoco della ricerca spirituale sembra svanire, soffocato dalla cappa di indolenza e di noia dell’età moderna, mai sarà veramente spento ci dice il poeta, tornerà ad ardere tra le voci nuove ad illuminarle ancora: “Il rovo non arde più//ma sotto la cenere/restano le braci//sotto le braci/-appena percepibili-/si odono ancora voci”.