C’è solo la tua parola
ancora ferma sulla scala
ad accogliermi.
Ed è un mistero pensare
che l’usura non abbia disperso
anche l’ultima speranza.
ad Aulo, epicedio per la pace
brucia l’aria la pioggia nel canale.
lungo la strada del ritorno
è tempo di approdi e di miserie.
chiuse sono le porte
e vane le attese.
nel vuoto della casa
è rimasto solo il tuo nome
che insegue il passo delle stelle.
questo è il segno del tuo viaggio estremo:
essere puro nome e pura voce
che si muove tutto il giorno e non cammina.
per Egidijus Rudinskas
oltre il fiume Nemunas,
Kaunas è una linea di alberi
perduta nell’azzurro.
davanti alla tua porta
il vento accumula foglie
come tombe.
nell’intrico dei segni
cresce un giardino di memorie
che brucia anni come niente.
lucertole e conchiglie in fila
ossidano sulle lastre
giorni perduti dietro i passi della storia.
a Carmine Di Ruggiero
“mi imprimo nell’aria, sono richiamo di vento,
onda di cieli, orma di mare” “e poi, vedi, è lì
che mi attesto sul morbido bisso”
“trepido tremo come canna di fiume
e mi insinuo, mi intrico, mi perdo e mi chiudo
in un velame di trame sottili”
“ora sono terra,
ora fiato sospeso, ora riversa distesa di luce
che viene da lontani orizzonti”
“e lontano ecco già incede il vibrante silenzio e, vedi,
già si accampa la tua sommessa armonia
in cui si annida come un ghiro la notte”
“ma tu dici, è una linea di luce, è il mite
lamento di un merlo strappato
ai paesi autunnali del cuore”
“io dico che è sogno
che respira di vento, è un’ala che insegue una tregua,
è ciò che resta, ciò che rimane, ciò che sfugge
e si annuncia irrequieto, disposto e segreto”
“come segreto son io e sei tu, dico,
di fronte alla morte”
a Cosimo Budetta
non fu la mano a guidarti, forse fu il cuore
o l’aria dell’Aida a spingerti
lungo le prode bianche del mio Goethe.
(presago il cor me ‘l disse, recita
l’opera che insieme cantavamo
mentre scendeva la sera sui calanchi
addormentati del Sinni).
ogni pagina ne porta ancora i segni
e a ogni pagina che giro
ti ritrovo segnato in una data.
c’è in ogni tratto del tuo viso
il segno della sorte:
la vita raminga lungo i canali di Amsterdam,
l’attesa senza nome, il sogno di tua madre...
ora che il tempo è diventato un ferro arrugginito
e il fuoco è spento come un alare addormentato,
è vano anche cercarti in questa bolgia di libri
accatastati nella stanza
dove ogni voce torna indietro.
a Renato Barisani
Dove sono i tuoi giardini reclusi,
i muri di gesso e di sabbia,
le macchie, le macchine, le strutture
di ferro, i rilievi di plexiglas,
i fotogrammi sospesi nel buio?
Sono qui intorno a noi come l’ombra
che di casa in casa trascina l’autunno.
Dove sono le sculture oscillanti,
i quadrati divisi, i movimenti ondulati
di formica, le falci tenute dall’aria,
le luminarie festose
che inseguono il vento?
Sono qui intorno a noi come il silenzio
del mare e il vento pieno d’aprile.
Dove sono i tuoi rossi squillanti,
i bianchi calcinati dal sole,
la profonda luce nera degli orti,
il respiro dei gialli limoni
sulla lieve distesa dei piani?
Sono qui intorno a noi come il tempo
che vive e sanguina dentro di noi: