Sinestesie - Rivista di studi sulle letterature e le arti europee - Luglio 2010 Anno IX
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SCRITTI DI POESIA
Sandro Montalto - L’eclissi della Chimera. Edizioni Joker, Novi Ligure, 2005
recensione e approfondimento di Gianni Caccia


La nota definizione di Karl Kraus, secondo cui l’aforisma non coincide mai con una verità, ma è una mezza verità o una verità e mezzo, calza a pennello al volume L’eclissi della Chimera (Edizioni Joker, Novi Ligure 2005) di Sandro Montalto, che nella sua poliedrica attività di poeta e critico ha riservato, soprattutto con la direzione di un’apposita collana presso la casa editrice novese, la collana Athanor, un angolo nient’affatto secondario alla (ri)coltivazione di questo genere dalla difficoltà inversamente proporzionale alla sua lunghezza.
Si tratta della coltura di un terreno minato, dove è facile cadere nel trito e nel banale proprio quando si pensa di stupire ed essere originali, poiché l’aforisma mira a una definizione (tale è l’etimologia del termine) provocatoria, inusuale, attraverso uno scarto che in apparenza non obbedisce al concetto che si vuole circoscrivere; ma l’aforisma scommette che una definizione più esatta, o almeno più prossima alla verità sia quella che devia, scarta, s’impenna, magari cogliendola solo a mezzo, ma centrando proprio quella metà che vale più del tutto, per riprendere la nota citazione esiodea, anch’essa forse nella sua enigmaticità antenata degli aforismi moderni.
E il libro di Montalto reca appunto tante, ricche mezze verità, e anche qualche verità e mezzo, nella sua ampia raccolta non solo di aforismi stricto sensu, ma anche battute, parodie, fulminei quadretti di vita che assumono spesso la veste di microracconti, tutto un repertorio di analisi della vita e di tanta varia uniforme umanità con occhio disincantato, scettico, spesso ironico se non sarcastico, ma anche un manuale per sopravvivere, nel senso vero e proprio di vivere sopra la montante spazzatura del reale, per demistificare tante altisonanti certezze e meglio menzogne spacciate per certezze universali nel loro preteso tutto, nella consapevolezza che il vero, anche dimidiato, sta proprio nella brevità di una definizione icastica quanto istantanea, al fulmicotone, che si chiude in se stessa, perché «L’aforisma è come una barzelletta: lo si uccide spiegandolo» (p. 18).

Ne L’eclissi della chimera abbiamo quindi delle provocazioni alla Oscar Wilde, spesso intinte del pirandelliano sentimento del contrario, dove fa di frequente capolino il classico spoudog|eloion, il serio colto tra le pieghe del faceto: «Approfondiamo ed alleniamo le nostre virtù, ma impariamo ad usare molto bene i nostri vizi» (p. 10); «Ci si accanisce contro la morte dicendo che è despota ed insolente: ma come, se a volte bussa anche per anni!» (p. 22); «L’uomo non fa mai niente per niente, e certe volte non lo fa nemmeno per qualcosa» (p. 29); «L’ottimista crede, il realista sa, il pessimista sa anche troppo» (p. 68); «Morire per un’idea può anche essere un gesto nobile, ma il problema è che in genere la gente non muore per un’idea ma per un’allucinazione» (p. 91); «Propongo a tutti i legislatori del mondo di introdurre, qualora si configuri il reato di Nascita, l’aggravante dei Futili Motivi» (p. 128).
Talvolta le provocazioni arrivano a essere vere battute condite di quei giochi di parole tanto cari a Montalto, abile (anche se talvolta un po’ compiaciuto) ludolinguista; non si tratta forse della parte più riuscita del libro, anche se sono indubbiamente azzeccate alcune desacralizzazioni di luoghi comuni ed espressioni trite, o anche citazioni gustosamente rivisitate e parodiate: «Il popolo è l’oppio dei popoli» (p. 11); «Chi si perde è perduto» (p. 26); «“È un pezzo grosso!” Un pezzo di che?» (p. 29); «I miei sani principi si stanno ammalando» (p. 59); «Chi non beve in compagnia non ha sete» (p. 86); «Inutile piangere sul latte versato: meglio cercare uno straccio» (p. 90); «Aspiro a diventare un noumeno da baraccone» (p. 94); «L’impegno dei mostri genera umani» (p. 104); «La filosofia va presa con filosofia» (p. 165).

Non di rado l’autore conferisce all’aforisma un minimo, delicato andamento narrativo, trasformandolo in uno sferzante, provocatorio flash di vita, anche sotto la forma di un discorso diretto: «È un uomo che si potrebbe definire stupido, ma sarebbe troppo gentile» (p. 10); «È un tipo aperto, molto aperto. Ci sono un sacco di spifferi, non ne posso più: chiudetelo e cacciatelo!» (p. 122); «Caro signore, la prego: parli solo di ciò che sa, così tacerà un poco» (p. 137); «Avvizzì, e da rosa si fece spina puntuta. Poi marciume» (p. 181); «Non parla bene, ma con una buona calligrafia» (p. 185).
Accanto a queste battute solo in apparenza più leggere, non è infrequente che il pensiero di Montalto assuma la forma di una riflessione, lucidamente amara e depauperata dalla sua amabile ironia, sullo squallore del quotidiano, oggi come sempre, e allora l’aforisma acquisisce lo spessore di una pregnante massima dal valore universale avvicinabile a una massima di Pascal o di Guicciardini: «Accettare con leggerezza che ognuno abbia le proprie idee non è rispetto: è pigrizia e scarso amore per le proprie convinzioni. Parallelamente, intestardirsi sulle proprie idee e non voler sentire ragioni è sciocca cocciutaggine. Il discorso serve proprio a rimettere in discussione le reciproche opinioni, ad arricchirsi persino al di là di ogni pessima retorica» (p. 32); «L’arguta uscita di Tertulliano indirizzata ai coetanei affamati di “circenses”: “vi piacciono le rappresentazioni? Aspettate dunque la maggiore, il Giudizio Universale!” oggi non ha più valore, non sarebbe più d’urto, abituati come siamo a un circo perpetuo di piccole apocalissi quotidiane che abbiamo imparato a guardare con occhio bovino» (p. 48); «Non bisogna cadere nell’errore di Hegel, il quale vedeva la ragione dappertutto, anche là dove la malvagità e la follia si spartiscono il territorio senza possibilità di abbaglio» (p. 65); «Il peggior difetto dell’epoca contemporanea è dirsi enfaticamente “contemporanea”: tutte le epoche sono state contemporanee, ma hanno agito senza elucubrare inutilmente sul loro essere tali, ossia, si deduce dai discorsi, postume. Ed ecco che tutti leggono l’oggi alla luce della contemporaneità rendendolo così vecchio e inutile» (p. 73); «La storia racconta i cicli e ricicli della sua falsa interpretazione» (p. 103).

Un tema ricorrente oggetto di queste riflessioni più “serie” è quello della religione e soprattutto di dio, pervicacemente scritto da Montalto con la minuscola in nome del suo rigoroso ateismo («sono un ateo praticante», si legge a p. 56) che non vuole essere dogma bensì risultanza di sano razionalismo, lucida analisi di una realtà che non contempla ai suoi occhi una divinità creatrice buona e trascendente: «L’assenza di un dio, il suo ritornante silenzio, era un buon tonico quando ci si rivolgeva a lui con fiducia. Oggi molti sperimentano l’assenza di un nulla» (p. 10); «Dopo aver creato l’uomo, a dio è scivolato il gomito e ha creato l’idea di dio, condannando la sua creatura» (p. 33); «Dio ci percuote a tradimento: sputiamogli in faccia, per umiliarlo, un po’ del fango della creazione» (p. 119); «Folle, l’uomo si agita in un concetto come quello di dio, che altro non è se non la zolla che un superiore concetto rigira al proprio sole. Ma occorre, almeno per un attimo, aver creduto a dio, allo scopo di provare la maggior voluttà di negarlo non come menzogna ma come forma di verità» (p. 157).
Vengono così messe impietosamente a nudo le credenze e le illusioni degli uomini riguardo alla religione, tanto che l’autore, nella constatazione dell’improbabilità di una teodicea, predilige una morte annichilente come liberazione della vita alla maledizione di un aldilà gravato dall’insopportabile pena dell’eterno: «All’inferno la condanna non sarebbe la sofferenza, ma l’immortalità» (p. 13); «La vera fede in dio, lo dico per chi volesse a tutti i costi averne, richiede molta più forza che abbandono: dal fraintendimento di questo postulato nascono molti dei soprusi ai danni dei credenti» (p. 18); «Le verità di fede sono opinioni indiscutibili» (p. 53); «Alcune bestemmie sono l’estremo tentativo di risvegliare un dio moribondo» (p. 68); «Anche se non si crede in dio a volte ci si rivolge più volentieri a lui che agli uomini. È perché è più probabile che sia lui a non esistere, piuttosto che l’uomo» (p. 83); «Un’idea sufficientemente crudele dell’inferno: tal quale il paradiso, ma ogni anima che vi giunge si sente e vede isolata, e per l’eternità si domanda: “e adesso?” Un limbo molto più struggente, o un purgatorio senza la consolazione della transitorietà» (p. 134).

Altro tema caro alle meditazioni di Montalto è la scrittura, soprattutto poetica, cui vengono riservate alcune riflessioni illuminanti, forse le migliori chicche dell’intera opera: «La cosa più difficile in poesia, il suo scopo forse, è trovare il giusto nome per le cose, e nominarle, ossia “chiamarle” (a sé). Il poeta si ustiona a causa della sua superiore vicinanza al fuoco delle cose, che è anche una bizzarra lontananza da sé: è più importante che il poeta sia un traduttore del mondo che un filtro per se stesso. L’ideale forse sarebbe un poeta in grado di considerarsi a tutti gli effetti cosa fra le cose» (p. 15); «Ecco la mia proposta di definizione: un classico è un libro su cui si può fare una gustosa parodia, capace di esprimere chiaramente tutto l’amore o tutto l’odio che l’ha originata, ma sul quale è impossibile fare satira. “Parodia” viene da un’idea di contrappunto musicale, da una sorta di “canto a lato”, ed una buona parodia deve quindi essere un’opera in grado di esistere armoniosamente accanto all’opera originale, sa di non avere il valore del canto originale ma ne sa evidenziare e valorizzare alcune sfumature» (p. 77); «La poesia non può permettere un approccio passivo, ossia quello del lettore che vuole capire cosa c’è scritto ed esserne pago: essa richiede un ascolto attivo e un ampliamento dell’orizzonte, sono anche le occasioni di una poesia a dover essere comprese e rivissute, come se la poesia fosse la finestra dalla quale osservare inaspettatamente un panorama inimmaginabile, o anche poter vedere in un’angolazione insolita e splendida un paesaggio familiare» (p. 192).
Ancora più frequenti sono le meditazioni caustiche su tanta presunta letteratura, sui troppi sedicenti scrittori e poeti, imbrattacarte imbevuti dei più triti luoghi comuni sullo scrivere: «Molti scrittori “appartati” vanno elogiati per questa loro scelta di vita, affinché non vengano fra noi» (p. 38); «Molti, sperando nella compassione verso gli esordienti, per tutta la vita continuano a scrivere come se fossero sempre agli inizi» (p. 41); «Esistono la poesia orale e quella scritta, ma c’è anche chi coltiva la poesia anale» (p. 91); «Aderisco a quanto disse Mallarmé: con i soli sentimenti non si fa poesia. La poesia si fa con le parole. Non dico che chi ha solo i sentimenti non abbia nulla in mano: ha un pugno di mosche» (p. 94); «Alcuni dicono di scrivere per una “esigenza interna”, ma anche la fame, e la defecazione, sono esigenze interne» (p. 191).

L’anatomia impietosa di questo malcostume imperversante nel belpaese riguarda a maggior ragione il ruolo e lo spazio della letteratura, sempre più ristretto e soffocato per colpa sia dell’alluvione mediatica, sia dei gusti diseducati del pubblico, sia, quel ch’è peggio, degli addetti ai lavori, di chi si occupa (o si dovrebbe occupare) di letteratura per scelta o per professione: «Sfugge ai più che un’epoca come la nostra, che non ama i suoi poeti, non necessariamente rigetta la bellezza o è diventata incapace di riconoscerla: semplicemente accusa il colpo datole da meretrici e mercenari che l’hanno privata della poesia autentica. Ossia della facoltà di pensare, riconoscere e riconoscersi, capire e capirsi» (p. 163); «“Dove va la letteratura secondo te?” “Ovunque tu non possa andare!” Ecco un modo adeguato di rispondere ad una domanda stupida. Domanda che presuppone la letteratura essere una vagabonda senza meta né fissa dimora, ansiosa di essere iscritta nel registro di qualche albergo e di fuggire poi subito, magari dopo una selvaggia ed occasionale copula, dalla finestra» (p. 183); «Se ci si basa sulle antologie il valore di un autore sembra essere calcolabile un tanto a riga; se ci si basa sulla critica giornalistica il sensazionalismo è l’unico metro; se ci si basa sul severo studio letterario si nota subito che esso è in gran parte costituito da frustrate e frustranti interminabili autopsie di scartafacci, versioni, manoscritti, traduzioni sempre dedicate ai soliti nomi. [...] questa società che dimentica e rende irreperibile in libreria un libro che abbia solo due o tre anni (i librai lo chiamano “stravecchio” ma non si sognerebbero di brindare con esso!); questa società che non possiede più i requisiti sociologici necessari alla coltivazione di un grande scrittore, e che a maggior ragione non sa e non saprà scoprire ciò che è già avvenuto. Ancora una volta la portata culturale delle discussioni o anche delle risse per un libro è sostituita dalla tenace corte obliosa dell’omertà» (p. 187).

Talvolta queste riflessioni si allargano al campo dell’arte o del sapere in generale, con uguale rigore e franchezza: «L’arte rantola da tempo, ma non morirà mai. Chissà, forse è questo il suo modo di respirare» (p. 70); «Un’opera è realmente compiuta quando espelle il suo creatore» (p. 73); «Lo spirito artistico, la furia creatrice, l’ispirazione... tutte cose che colpiscono chi ha un’idea solo coreografica dell’arte. I veri artisti sono persone che vivono con altre persone, si pongono delle domande molto importanti e tentano di trovare le risposte scandagliando ognuno il proprio linguaggio ed accogliendo nel proprio universo alcuni idiomi altrui» (p. 100).
Il titolo dell’opera reca in sé un’evidente ambivalenza, di cui la postilla dà esauriente ragione. La chimera va vista, nel significato corrente del termine, anche come sogno e illusione, e allora l’eclissi varrebbe la fine delle illusioni uccise o ridotte a merce, a recita da avanspettacolo dal tritatutto della società attuale; ma tale eclissi potrebbe avere anche un significato positivo, come la fine di certi sogni e fantasmi che hanno attanagliato e castrato l’umanità, un’eclissi che potrebbe preludere a un salvifico ritorno alla pagina bianca sulla quale ricominciare, ri-fondare, dopo la fine di tante illusioni, prima tra tutte secondo Montalto quella divina. Ecco allora lo scopo primo di questa raccolta di aforismi: ri-fondare un umanesimo basato sul logos, nella sua accezione sia di parola, discorso, sia di ragione che demistifica le menzogne assurte a verità, un logos che può soprattutto esplicarsi nella brevitas di una metà che vale più di molti tutto spacciati per verità e risultanti invece solo vane opinioni, menzogne, insomma chimere: «Gli aforismi possono essere utili per smascherare un pensiero superficiale: chi, vedendoli brevi, li sottovaluta a priori, non scriverebbe nulla di più interessante in centinaia di pagine» (p. 57).






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