Viola Amarelli - Fuorigioco. Joker edizioni, Novi Ligure, 2007 recensione di Ivano Mugnaini
Questo libro si colloca in una dimensione astratta e precisa, per la materia fluida che percorre e compone, forse l'acqua, o la terra, o la parola stessa. Ci sono coordinate deliberatamente sfuggenti, per sviare, o meglio per far capire il punto fondamentale, il senso dello sguardo e del battito: quel navigare la vita senza speranza di porto sicuro, ma anche, nel fluttuare incessante, senza terrore o sconfitta di naufrago.
È salda la poesia di Viola Amarelli, robusta senza rinnegare il dono prezioso della danza, la lievità, la magia del passo che segna e ricolloca il sentiero. Contiene una volontà di incontro-scontro con il mondo priva di tracotanza e di ferocia. L'autrice è ben conscia della consistenza del muro per gettarvisi contro ad occhi e mente cieca. Sa che la barriera del tempo e della gente è fatta di materiale di scarto, sporco, intriso di liquami, ma compattato, nei secoli, fino a divenire granito. Non si può abbattere né gettarvisi contro a corpo morto: il solo risultato sarebbero fratture fisiche e mentali. Non si può buttare giù, però si può scalare, ballarci sopra, sputarci, accarezzarlo con affetto, colorarlo di graffiti di metafore, sporcandolo di segni altri che lo mutano, gli danno vita nuova.
Necessita, come spesso accade, la più seria delle attività umane, forse la sola in qualche modo sensata: il gioco. Un'attività ludica condotta con serietà assoluta, con scrupolo e metodo. Un gioco altro, vitale, in senso stretto. Un "fuorigioco", come suggerisce il titolo del libro, un po' "offside", per dirla con gli anglosassoni, ossia il lato spento, morto, apparentemente inattivo, dove si è in fallo, certo, ma dove per forza di cose si gode di una solitudine furtiva e preziosa, e la porta avversaria è ad un passo, alla portata di un tiro diretto, imprendibile. Oppure "fuorigioco" nel senso di gioco esterno, dentro le regole eppure in una zona franca in cui, negandole, le si riscrive, più sensate, o, meglio, più umane.
Il gioco di Viola Amarelli in questo tragitto nel mare dei versi è quello di portare con sé, in un'inesauribile valigia, tutta la cultura che ha assorbito, amato, odiato, divorato, metabolizzato, scordato, recuperato e mutato in sé, mutandosi. E la scommessa dell'autrice è quella di convivere, sull'esile barca della vita, assieme a quell'ingombrante cassapanca da cui non si può né si vuole separare, senza tuttavia lasciarsi annegare, senza andare a fondo assieme a lei, aggrappata a quel legno istoriato ma minacciato da innumerevoli tarli. Il gioco allora si fa necessità: durante il viaggio ridipinge infinite volte la sua essenziale valigia, e parla con ognuno dei tarli, lo straluna, lo costringe ad andarsene oppure lo trasforma, lo rende affine, essere dotato di nuove ali e dell'anelito a danzare.
C'è tuttavia, nel fondo della valigia, qualcosa di molto più insidioso, animali ostili ed astuti, difficile da domare: i sentimenti, le passioni. Con quelli non si può scherzare, sarebbero capaci di staccare con un morso brandelli di carne e di cuore. La soluzione ideale sarebbe eliminarli, ma l'autrice sa bene che sarebbe una forma di sarcastico suicidio. Per quanto difficili da catturare e ammaestrare è di loro che nel corso della traversata ci si deve nutrire.
Bisogna venire a compromessi, prendendo atto che "ammainate le vele/ i mozzi invocavano un approdo/ porto sicuro, a trovarlo, il cuore". Ironia che salva e sostenta, seppure corrodendo a poco a poco. L'obiettivo è superare lo stadio evolutivo della vecchiaia, il non riuscire a morire, un po' Sibilla Cumana un po' immagine simbolo di una civiltà costretta a vivere oltre l'abisso del suo declino. Andando oltre la vita, "quella che a lei non riusciva/ non pareva valerne la pena", per giungere alle rive sassose ma solide della sincerità, la coscienza nitida del proprio essere "di transito o d'approdo, benvenuto/ nell'alba d'acqua e d'aria che si schiara/ solo respiro solo a sé il presente/ al di là del sangue, oltre il cuore mente".
Una poesia complessa e ricca quella a cui Viola Amarelli ha dato vita in questo suo tenace "Fuorigioco". Esercizio coraggioso di consapevolezza di sé, nel mondo e del mondo. Tramite versi mai vuoti e mai banali, percorsi di riflessioni che non cercano sterili ragioni ma carne palpitante e respiro, ciò che dà succo, nell'atto stesso di negarlo, a questa traversata di arcipelaghi esistenziali. Ha saputo scrivere, l'autrice, con "gioia di pantera/ nel balzo placido alla rima", per giungere, planando su crucci e rovelli, alla scoperta eternamente nuova che "s'arresta nel sogno il volo sospeso/ stupore che vibra nel terso del vento/ sganciati i motori, via il carburante/ ci vuole una vita per essere aliante".