Pierino Gallo, Geometrie dell’inganno recensione di Maria Pina Ciancio
Ogni felicità è una forma di innocenza
M. Yourcenar
Talvolta il linguaggio di un’opera vaga apparentemente senza meta, per restituirci all’improvviso un momento riscattato e reintegrato (nulla è mai casuale, né nella vita, né nella scrittura). Ciò che questo libro ci insegna è il coraggio di saper difendere, proteggere e custodire (come punto di partenza e di arrivo) l’innocenza tradita e ferita (quella che non ha mai colpa e di fronte a cui tutto si ferma e s’inchina).
Geometrie dell’inganno (2008) è un’opera complessa, che ha sembianze teatrali, la cui scena è la strada, una platea che r-accoglie in adunanza una moltitudine di presenze-assenze, figure reali e immaginarie (letterarie e mitologiche) che appaiono e scompaiono e poi ritornano, sotto l’occhio sempre vigile dell’autore, accompagnando il suo percorso di esplorazione fuori e dentro le parole.
Un attraversamento (su un insieme di vita e di macerie ancora calde) che a tratti si fa sosta sul ciglio della strada o al valico di un burrone, in attesa che si plachi l’erranza o si compia il miracolo di una felicità dell’altrove, che aderisca al sé e non alle leggi false e blasfeme del mondo. Ingannevoli e ipocrite. Tutto ruota e muove intorno alle geometrie dell’inganno, intorno al bisogno di intercettare la propria quadratura del cerchio, nella consapevolezza che “l’alta felicità/ tutta vien meno,/ come quando da piccoli/ le ombre/ ci sbarravano il cammino/ degli amori” (p.18)
I contenuti di questa raccolta sono spesso autobiografici e provocatori, sostenuti dai toni della ribellione e della protesta. Opposizione contro le maschere e i ruoli di ogni tempo e ogni dove (il Bugiardo, l’Avaro, il Ciarlatano) e contro le false promesse, le false orazioni, i preconcetti di sempre.
Pierino Gallo respinge le verità esteriori, i formalismi “Odio il ridere beffardo delle maschere” (p.15). I temi della Beat Generation ci sono tutti, seppure dentro un impianto formale fatto di ascese liriche ed estetiche, che si sostanziano di citazioni letterarie, sensibilità acuta e grande capacità visiva: bisogno estremo di fermare “i giusti istanti/ del continuo mutare” (p.54).
Ed è proprio nei momenti in cui il passo arranca e le fratture delle assenze e delle mancanze si fanno gravose, che l’autore affida la sua voce a Montale, Verlaine, Neruda (per condivisione intellettuale e non formale), ma anche a tutto ciò che per lui ha significanza di vita. Per strada vive infatti un mondo umile e semplice, quello degli animali e dei bambini. E Pierino Gallo lo sa, sa che ci sono cose ormai perdute, eppure il suo coraggio e la sua forza è nel riconoscimento, ciò che gli consente di scrivere in un verso “meglio fingersi impavidi / che cucirsi le ali” (p. 44).
A conclusione di questa nota, credo infine di poter dire, che la bellezza di questa raccolta, va ricercata nel bisogno di una vita diversa, più autentica e vera, in una forma di innocenza difesa e protetta, attraverso l’atto stesso (supremo ed estremo) della creazione poetica.