Hafid Gafaïti - La gola tagliata del sole (trad. cura e nota di Victoria Surliuga). Lietocolle, Falloppio, 2007. pp. 112, euro 10,00 a cura di Domenico Cipriano
«L’esilio», ci ricorda Roberto Galaverni citando Brodskij, nel suo bel libro di saggi Il poeta è un cavaliere Jedi, «ha una chiarissima dimensione metafisica e chi la ignora o la elude bara con se stesso, si nasconde il senso di ciò che gli è avvenuto, si condanna a rimanere per sempre oggetto passivo, si ossifica nella condizione di vittima incapace di comprendere»... da cui Galaverni deduce che «il poeta è qualcuno che è riuscito a non rimanere soffocato in una condizione di passività, trovando una via d’espressione, una strada che non è quella dell’irrealtà». Di certo questa affermazione veste la vita e la poesia di Hafid Gafaïti che, come sottolinea nell’esaustiva prefazione la curatrice del volume Victoria Surliuga, «nell’esporre parte della propria esperienza personale attraverso gli apporti più significativi di una rigorosa ricerca interiore, l’autore di la gola tagliata del sole intreccia anche un’articolata visione critica della corruzione del potere politico, unita alla necessità di una netta opposizione socio-culturale allo stato delle cose».
Sullo sfondo c’è l’Algeria degli anni ’90, durante i moti della guerra civile, e le poesie si susseguono, tra date ed eventi, come un diario, una bussola per non dimenticare nell’attesa di un ritorno in patria, ma anche metaforicamente del ritorno della speranza (verrà dopo / l’abbraccio con gli amici / la risata coraggiosa dei vecchi / la giovinezza spensierata dei bambini / mangeremo senza parlare / aspettando la sera, p.81). Si alternano versi che descrivono eventi sanguinosi e crudi (i bambini / macinati con le accette / macinati contro i muri, p.35), ad altri dove il sentimento profondo per la sua terra e la gente fa dimenticare ogni dolore, e quel sole dalla gola tagliata diventa calore dell’estate con cui identificare la stessa Algeria (il mio paese non è un paese / è l’estate, p.75). Personaggi ed artisti popolano gli scenari, dal liutaio Allala al poeta e pittore Tibouchi, ai tanti poeti scomparsi in quegli anni, figure positive, amici o simboli che rappresentano quanto di positivo la vita offre, o con cui si condividono le aspettative per le scelte e il dolore del lutto, ed ancora, la continua risposta alla domanda: «chi può farcela senza i vivi? (p.43)». E del dolore questa poesia ne traspone spesso le immagini, traendo spunto per riflessioni a tratti lapidarie e intense, che potrebbero sintetizzarsi in questi versi che filtrano la vita del poeta e il destino di un popolo, ma che sembrano rivolti alla vita di noi tutti: «Il nostro destino è di contare i morti / custodire gli amici rimasti (p.59)».
La poesia di Hafid Gafaïti stilisticamente si presenta piana, l’autore cerca di seguire il tempo del respiro, o dovremmo dire della memoria, procedendo con compostezza formale nella creazione di immagini e pensieri, senza forzare il dettato. Sembra ricordarci che a parlare sono i versi e non il poeta attraverso di essi, come si deduce anche dalla bella e riuscitissima traduzione della poetessa Victoria Surliuga che ha scelto, per questa versione italiana con testo a fronte, i testi più significativi dell’omonima raccolta edita in Francia nel 2006. Completano il volume le note esplicative con tutti i riferimenti ad eventi e persone citate nelle poesie.