Domenico Iannaco - Ellisse. Edizioni Joker, Novi Ligure, 2006. pp. 56, euro 10,00
Rossella Luongo - La fata e il poeta. Fermenti editrice, Roma, 2007. pp. 90, euro 10,00 note critiche di Monia Gaita
"Ellisse" (Joker, 2006) del giovane avellinese Domenico Iannaco sosta in un attendamento dai molti metri cubi di spiritualità blindata in un biblico dire, aforisticamente affisso sull’ambulacro premurante d’interrogativi “double face”. I versi, immuni da effetti auto suggestivi di certezza, passano il filo nella cruna d’un Dio bipartito, aspersorio di vita e corallaio d’impotenza contro i brillatori spietati, grandi di cordigliera, della morte. Quest’ultima, da un lato firma arrendevole un’accorata convenzione con precipizi e pàrami di buio, dall’altro s’aggrappa agli arpioni di salvezza di un’inevitabile fine, vascolarizzata d’origine e primordi, fonte battesimale, raffineria di luce, vallo morenico di un altro possibile: “Ho cercato di costruire oggetti,/ costruire segni per sfidare/ i giorni, ma i giorni portano,/ come nubi, il loro carico di pena...” (pag. 45), “Mi sono stordito negli affari,/ ho provato ad essere marito e padre,/ ma quel giorno viene sempre./ Ti sorprende, ti strappa...”, e ancora “I morti sanno bene che/ per essere perfetto anch’io devo/ morire./” (pag.42), infine “E l’individuo si scioglie/ nel calore/ nella purezza di Dio/ che è più profonda/ dell’acqua prenatale./ E all’origine torniamo/ come il salmone che risale il fiume.” (pag. 33). Le idee si flettono come rami sulla paura ispidamartellante di cadere, mentre contestualmente stappa bottiglie di compunto, il palischermo, aspro di superficie, della colpa, su cui pendono le stalattiti d’irremeabile dei valichi negati. Eppure sulla bradipnea coibente imposta dal dolore, la volontà strenua del poeta, gettando cenere sui fuochi della resa, assolve con formula piena la sua tabella di fede. Sparando a bruciapelo “sull’obscuritas”, opera una brusca sutura ai tendini recisi della concezione teleologica del mondo. In questo libro Dio esiste malgrado tutto.
Rossella Luongo, anche lei avellinese, ne “La fata e il poeta” (Fermenti, 2007) non scivola sul ragnateloso a buccia di banana della ordinaria prevedibilità. Le parole, uscendo dalle rotaie raspose dei perché, si saldano con cacciaviti a stella di bellezza sui secondi, rivestono combinatorie e compiaciute, il “gearing” quotidiano di geometrie studiatamente scelte che seguono calamitanti, la rivitalizzata cadenza del viaggio autobiografico e introiettivo: “Silenzio sul lago/ solitudine e pianto/ la rassegnazione/ mi attraversa, brucia/ vetro sotto la pelle./ I muscoli tesi/ ascoltando/ sinfonie di arbusti/ in amore, danze/ aritmiche di fogliame/ brezza d’autunno/ sulle ciglia, socchiusa.” (pag. 12). Il lettore sperimenta la granitura di raffinerie espressive in cui l’eruzione - (ir)ruzione ritrattistica cala più d’un ponte levatoio di riflettori sul “check pattern” d’un discorso tangibile in ricettività e “transportatio” emozionale. Visitatrice assidua d’irrisolto, l’autrice si pone dinanzi all’accadere, con le sue rendite vitalizie di varianti, provando a ungere d’olio di meraviglia l’osservare: “Mi sveglio, mi chiedo/ chi è il poeta/ il sole gioca tra le case/ gli alberi si agitano vivi,/ la fagianella in giardino/ guarda/ il camaleonte tunisino/ poi, sempre tu ” (pag. 11), e ancora: “...chiudo gli occhi/ tra foglie di gelso/ sorrido, nel tramonto/ una baita annocciolata/ tra i monti./ Imbrunisce,/ s’intricano lucciole/ e sorrisi, schizzi di pioggia/ fari nella polvere,/ brividi s’infuocano/ pirotecnici tra le stelle,/ ferragosto di paese” (pag.64), o univocando di magia e trasparenza le turbinose sussidenze dell’amore: “Siamo rimasti nel parco/ seconda panchina/ a sinistra, dopo la quercia./ L’aria troppo calda/ per essere fine ottobre/ sembra l’adolescenza./ Mangi frutta di stagione,/ un fico diviso in due/ mentre labbra succhiano/ sapore di baci.” (pag. 77). Un tentativo di capirsi e di capire perfettamente calettato dentro la frenesia di gesti di una contemporaneità in cui le fate del sogno, vanno estirpando calli al disincanto.