Dafne, dopo
A lungo si specchiò nel fiume lieve
il dio biondo, riaggiustandosi i boccoli
rotondi, la corona di fronde auree,
la grande cetra di avorio polito;
poi si alzò lentamente, e, stupefatto,
vide di fronte a lui l’agile alloro
che, svelto, si trasfigurava, i tronchi
si incarnavano, si facevano morbidi
e delicati, i fiori si riunivano
nel volto ovale, e gli occhi un poco ironici,
le labbra sorridenti, le mammelle
subito erte, e si guardava, allegra
e intimidita, in basso, dove forse
in quel primo mattino o quando il giovani...
Mi chiamo Laura , disse ho imparato
molte poesie , e recitava compìta:
chiare fresche, la verginella, il breve
cerchio, ricordi ancora?, Arsenio, ignuda
folgorar. Basta, ti par? Posso
adesso dartela, ah! non fuggire,
non nel bosco, non verso il giogo cupo
di Pindo, dove ci sono orsi, lupi,
fischi furiosi di venti, i fumosi
abissi. Non discendere, non giù;
dove vorresti scomparire? e lì
sono le gelide vergini Erinni,
Persefone dell’inverno perpetuo
e tu, solare, dove allora, dove
posso raggiungerti e abbracciarti, e insieme
presso il fiume che muta in ogni istante,
fra i salici che dolcemente tremano,
sull’erba smeraldina, sempre (e vuoto
era il giorno, ingrigito, muto, oh Dafne!).