Gabriella Sica, Le lacrime delle cose, Moretti & Vitali, Bergamo 2009, pagg. 163, €.11,00 a cura di Adriano Napoli
Il nuovo libro poetico di Gabriella Sica è un edificio memoriale dal profilo possente e al contempo percorso da crepe e venature profonde. In questo luogo concreto, la memoria, accogliendo testi composti tra il 2001 e il 2006, recinge un pomerio cronologico (non sono certo casuali le date che corredano la maggior parte dei componimenti) gremito di avvenimenti che si rincorrono e intrecciano da un orizzonte privato alle tragiche vicende storiche contemporanee: dalle guerre nei Balcani alla strage dell’11 settembre.
Speculare a questa scansione binaria tra pubblico e privato è anche la traduzione del mito classico in una dimensione biografica e quotidiana (si veda la sequenza di Proserpina) e la simultanea dilatazione di nomi, persone e luoghi cari e amati in sequenze leggendarie sostenute da uno sguardo e un accento religioso: è il caso soprattutto degli amici scomparsi, da Pietro Tripodo ad Amelia Rosselli, a Giovanna Sicari dedicataria di una intera sezione.
Alla varietà ed ampiezza dei temi trattati fa da riscontro una strumentazione altrettanto assortita di schemi metrici: dall’uso strenuo del sonetto canonico esperito sia nella congeniale modalità “familiare” (Poesie familiari è non casualmente il titolo del libro precedente, edito nel 2001) sia nella tematica civile connessa al tema della guerra permanente che infiamma ogni meridiano e parallelo del mondo contemporaneo (Ossezia, 3 settembre 2004); dai mottetti di Fractio panis in cui il tema della separazione, in chiave privata, si articola in musica dolente scandita da una tastiera di immagini e suoni aspri e stridenti che simulano lo schianto e la rovina; alle prose mescolate al verso e risolte in esso.
Il sigillo comune è, sul piano formale, nella pratica di un meditato trans-classicismo, vero e proprio marchio di fabbrica di tanta parte della più avvertita poesia romana degli ultimi decenni, dal Bellezza più felice e ispirato, ai libri di esordio del più giovane Claudio Damiani.
È in questo stampo collaudato che si riversa quel sentimento doloroso e luttuoso di perdita e di lacerazione (la ricorrenza del sangue ne è un emblema significativo) che scandisce una per una le liriche di tutta la raccolta, nel segno quasi ossessivo della separazione (“separarsi è l’aprirsi di una crepa/ nel terribile sentiero dei morti” Proserpina, 3). Tuttavia è proprio da questa terra di silenzio che la parola poetica si innalza, si eleva, oltre la smemoratezza e l’insensatezza del nostro tempo, sublimandosi in una pietas che si deposita teneramente come un polline sopra ogni cosa: passato e presente, pubblico e privato, ferite e speranze, in un’unica umanissima testimonianza di verità e di amore.
Ed anche in ciò risiede, a ben riflettere, una memoria vitale e fertile: quella di una lingua poetica tutta costruita sull’invenzione (nel senso etimologico del termine: di scoperta) di una tradizione lirica lontana dalle tardo-novecentesche derive ideologiche e sperimentali, ma sempre prossima ai temi fatali che la poesia non può eludere: il tempo e l’amore, la vita e la morte. Una tradizione a cui, lungo gli anni ottanta, la giovane poesia romana, alla ricerca di modelli ed esperienze autentici e spendibili (“noi si resisteva presaghi alla mancanza di mondo” Poeti amici a Roma) seppe attingere nello spazio fraterno e intellettuale di riviste-cenacolo “Braci” dapprima, e dopo quel “Prato pagano” di cui Gabriella Sica è stata ideatrice nel 1980 e direttrice fino al 1987- riappropriandosi, in un corpo a corpo con le modalità di un’emulazione non araldica né antiquaria dei modelli della classicità e del gran canto italico tra Ottocento e primo Novecento. Da questa sorgente è scaturita un’ispirazione poetica tra le più vive e significative del nostro tempo, capace di identificare lingua e poesia in un canto che ha sempre per oggetto, nei suoi risvolti drammatici e felici, la vicenda umana.
Questa particolare ispirazione non ha mai cessato di nutrire la poesia di Gabriella Sica; se ne ha un riscontro puntuale in questi ultimi versi ogni qual volta una memoria presaga che è l’atto concreto e significante di quella ispirazione confonde la propria voce con quella di altri indimenticabili poeti, per ritrovarvi la nota di fondo su cui innestare una propria consapevole autonomia di pronuncia.
Un simile modus operandi è rintracciabile nel tessuto, e particolarmente negli incipit, di molte poesie, ora nella percezione nitida e drammatica di un accordo riconoscibilmente leopardiano: “è infinita l’aria infinito il sereno”; ora nell’eco di un verso del Bertolucci di Lasciami sanguinare: “non mi lasciare sanguinare in casa” (Il cuore il sangue un ramo). E ancora, un celebre esordio di Alda Merini, sfolgorante di simbologia primaverile a incorniciare l’evento natale, viene rovesciato nell’antipodo di una nascita autunnale, segnata dunque dal tempo oscuro della fatica della semina e dell’attesa: «Sono nata il 24 in autunno/ quando la terra si apre al buio/ dove in fretta scendono le cose..» (Proserpina, 1).
La religiosità elementare ed universale virgiliana è icasticamente evocata fin dalla scelta del titolo e nell’esergo: «...sunt hic etiam sua praemia laudi: sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt» (Eneide, I, vv.461-462), ma è un Virgilio riascoltato e meditato attraverso la sensibilità pascoliana. Ed è forse del Pascoli, più di ogni altra, l’ombra familiare e accogliente a cui Gabriella Sica sovente fa ritorno per cercare la musica, la più esatta e rigorosa, a captare l’indefinito, l’impalpabile in cui consistono, in un unico groviglio inestricabile e misterioso, le radici del Male ma anche della Grazia.
Tutta la raccolta è animata da bagliori pascoliani: dal simbolismo di Myricae («Le stelle sono lacrime del cielo/che cadono per un padre che non c’è» Poesie piccolette, 3); alla religiosa e familiare oggettualità del Pascoli garfagnino; dalla evocatività di non pochi titoli della raccolta (Poesie piccolette; Sei aprile; Parole con i miei morti ecc) allo svelamento di una evocazione diretta: «Il sei aprile 1912 (un sabato santo) muore il fanciullo Giovanni/ Pascoli: piangono in silenzio le tamerici che stanno germogliando»; Sei aprile).
E del resto, attiene a modelli pascoliani quell’ incessante escavazione nelle fondamenta delle tradizioni di cui si è appena detto, che altro non sono se non “veggenze all’incontrario”, per riprendere un’intuizione formidabile del Garboli lettore pascoliano: «Perché ci dicano qualcosa, (le tradizioni, ndr) e non abbiano torto, è necessario trattarle proprio come si fa con gli oracoli; non bisogna interpretarli ma lasciarli parlare..» (C. Garboli, Trenta poesie famigliari di Giovanni Pascoli, Einaudi, 2000, p. XXVI).
Ma anche il Pascoli, a sua volta, come nel gioco infinito delle scatole a sorpresa, è contenuto e ripensato attraverso la vicenda di un altro poeta contemporaneo, che è Pasolini, anch’egli avocato esplicitamente nel medesimo cerchio magico poetico e memoriale (si veda la lirica intitolata Passione di Pasolini).
C’è una poesia in questo senso veramente paradigmatica, ed è Poesia per Cecilia, la cui strofe proemiale sembra per davvero parlata da altre voci poetiche, lariche e familiari, a partire dall’incipit che è per l’appunto pasoliniano: «Amare tanto amare troppo amare il reale./
Questo l’odioso torto? Questi gli imperdonabili errori?».
Poi con repentino scarto, la pronuncia si torce nel distico successivo verso un accento pascoliano che pare cavato dai Canti di Castelvecchio: «Come sono tranquilli al loro posto i morti
dietro il solenne muro assopiti, così ben protetti!».
Pascoli e Pasolini sono per l’appunto i due poeti italiani moderni capaci, sia pure con modalità e intenti diversi, di dilatare una materia privata e autobiografica fino a una dimensione pubblica e collettiva, diciamo pure: comunitaria, e rivolta dunque a un pubblico di lettori presaghi e partecipi.
Nella strofe successiva la rimemorazione poetica si dilata ulteriormente , fino alla dimensione corale e cosmica delle lacrimae rerum virgiliane: «Non tremano di dolore non sentono le ferite
devi aver pensato. Sunt lacrimae rerum...»
Con un successivo, ennesimo scarto tonale l’io poetante si rivolge affabilmente alla dedicataria della lirica , che custodisce la ferita aperta di un evento luttuoso, di una maternità violata dall’’esperienza della morte,
per sublimare il discorso in un crescendo solenne ,modulando all’estremo la corda del tragico, con lo squarcio impressionistico e sublime di una ipostasi ( ancora, parrebbe, di ispirazione pascoliana) : la visione di “ ali d’angelo ( o ali di cincia ?) su nei cieli” e l’ esortazione-scongiuro conclusiva: «Ora che hai volato ora vola ancora torna tra noi
volando con i tuoi angeli cilestrini, vola se puoi...».
Cosa ci dicono di importante questi versi? Che la poesia di Gabriella Sica nasce da uno studium: letteralmente, da un desiderio che si fa passione di ricerca, rilettura e ascolto di voci passate da cui attingere il seme di una memoria che passa attraverso il Male mortale, il lutto, il dolore, la fatica e la prostrazione ; ma quella stessa passione desiderante , che attinge a una profondità di sguardo capace di comprensione non si arresta ma tende incessantemente verso un’altezza dove il Male lascia il posto alla Speranza, al “prodigio” di una forza trasfiguratrice e magica con cui la poesia ci riporta sulla soglia di un Tempo immobile e arcano. La poesia è anch’essa un volo.... Non un “folle volo” ubriacato dalla vertigine di una superbia intellettuale di conoscenza, ma dal lievito di una pietas nutrita di umiltà e purezza, di perseveranza e fedeltà alla memoria e alle ombre amate e familiari. Sono le virtù incarnate dalle “ochette belle” ( “oca domestica e pia”, infatti è detto nella poesia: Se la forza della semplicità va dritta al cuore,) a cui è dedicata la corona di poesie Altre poesie per le oche, forse la sezione più felice e compiuta del libro.
«Oh mie care oche a Villa Borghese
in una foto degli anni cinquanta
tra le cartoline dell’infanzia vive
oh le immacolate oche dell’orto
lì a vigilare sagge e guardinghe
a ricordare fioche la musica antica!...
Eppure c’è del vero a vedervi
ora vive qualcosa di genuino
la vanità corretta da un gentile
compassionevole e cheto stupore
una pazienza che non ha confini.
E ci siete ancora oche goffe antiche».
Angeli in sedicesimo, buffi ippogrifi eternamente convergenti nei domini favolosi del sogno, manifestazioni irriducibili (“E ci siete ancora”) di una dimensione sacra dell’esistenza, nonostante l’ottusità di una contemporaneità sconsacrata; e ancora: sentinelle in perpetua veglia (al pari del Poeta contadino, che “non sa d’essere una sentinella/quando alla sua zappa s’appoggia.”), le oche sono un emblema perfetto della resistenza della poesia. Non a caso sono “voraci d’erbette e ortiche tra i singulti (6; Vi ha fatto oche la natura), e l’ortica è a sua volta un simbolo di agonistico slancio vitale come ci ricorda ne I fasti dell’ortica (1996) la poetessa, romana di adozione, Maria Luisa Spaziani.
«Che male fa credere a un prodigio
Se anche la poesia è un po’ magia
Che trasforma e fingere un sogno
Invece di morire? E poi cosa perdi?»
(Vorrei sulla groppa d’una di voi salire)
Nel sogno meglio: nel “fingere un sogno”, opera dunque razionale e lucida della coscienza, come sappiamo dall’esperienza leopardiana dell’Infinito: io nel pensier mi fingo... la poesia fonda un tempo diverso magico e memoriale in cui la comunione dei morti con i vivi continua incessantemente ad avvenire, a farsi luogo mitico e concreto in cui «Mia madre-Demetra aspetta la casa dove/ stare tra i loculi nuovi con tutte le sue cose,/ mia madre che è certo non morirà mai» (Parole con i miei morti).