Jacopo Ricciardi, Il macaco, Edizioni L’Arca Felice, Salerno 2010, pagg.15, s.p.i. a cura di Raffaele Piazza
Il macaco è una plaquette di Jacopo Ricciardi, pubblicata in copie numerate. L’autore è nato a Roma nel 1976 ed è stato l’ideatore e il curatore del progetto culturale PlayOn per Aeroporti di Roma. Ha diretto la collana PlayOn dell’Editore Scheiwiller. Ha pubblicato due romanzi e otto libri di poesia. A Il macaco è associata una grafica laser dell’autore stesso. L’opera è costituita da nove brevi o brevissimi componimenti poetici, tutti senza titolo. Il macaco, scimmia che dà il titolo alla plaquette è un primate di dimensioni medie lungo da 40 a 75 centimetri; i macachi sono il genere di primati a più ampia diffusione dopo l’uomo. Il macaco, potrebbe simboleggiare una condizione ontologica preumana, in senso evoluzionistico ed estetico, o, anche, una zona dell’io preconscio o inconscio. Alta, nella sua stringatezza, la prima composizione della raccolta, composta da tre versi luminosi, icastici e scattanti, testo che potrebbe avere anche una valenza programmatica: «Il rosso del macaco strilla nella sera/ il piede nell’acqua/ chiusa della luna».
L’incipit della poesia è particolarmente forte perché è veramente riuscita e suggestiva l’immagine, il sintagma, Il rosso del macaco. Le poesie, contenute in questa plaquette, hanno un carattere vagamente epigrammatico e di aforisma, nella loro brevità e concentrazione e sono tutte caratterizzate da eleganza e da un forte controllo formale da parte di Ricciardi. A livello compositivo si tratta di componimenti eterogenei tra loro, alcuni costituiti da una singola strofa, altri da versi staccati, intervallati da uno spazio, come quello suddetto. Ricciardi nel comporre i suoi versi è abile e produce sempre esiti di grande bellezza. A volte l’autore ci propone poesie di una semplicità disarmante che, tuttavia, sono dotate di una grande forza espressiva: «è il mio cielo/ la mia storia/ il resto non m’interessa». In questa composizione tutto resta taciuto:. si parla di un cielo, di una storia e di un resto che non interessa e, il fatto che ogni riferimento resti presunto, ne accentua il mistero.
Si parla in questa poesie di categorie come la storia, anche se è una storia privata. Del resto il filo rosso, la cifra dominante del testo è una forte interiorità, commista ad una forte introspezione, che fa emergere dei versi vaghi e affascinanti, indistinti, adombrati talvolta da una vena neorfica: «resto qui/ tra i fogliami a guardare/ la felicità/ formarsi/ disfarsi/ formarsi/ disfarsi», versi formati a volte da una singola parola, simile ad un mattone solido inserito in un piccolo muro. La grafica laser, inserita nel testo e vaga ed evocativa: in essa non ci sono macachi ma una falce di luce luminosa campita in un fondo scuro e, nella parte anteriore una figura simile ad una maschera, con due occhi ellittici e un naso accennato.
I rapporti tra le nove poesie e la figura potrebbero essere rappresentati da un senso del mistero, che accomuna il versante letterario con quello visuale: del resto sono sempre interessanti i livelli di intersezione tra le arti, per dare al fruitore la rappresentazione di un’opera complessiva più articolata e composita di quella che può essere un testo poetico tout-court. Queste poesie hanno una forma che a volte ricorda la poesia degli haiku, anche se è formalmente diversa. Un attraversare il mare magnum della vita, con poche parole misurate, questo il senso della plaquette di Ricciardi.