Pietro Pancamo - Manto di vita. LietoColle, Falloppio (Co), 2005. pp. 36, euro 10,00 recensione di Monia Gaita
In “Manto di vita” Pietro Pancamo, scrutinatore “sedulo di res cotidianae” va risarcendo i muri lesionati del banale con un linguaggio rùtilo a scialo d’invenzioni che interna le radici nell’ “ager ferax” d’un puntuale “belief” poetico sapientemente intumidito di favi sinestetici e un inebriante catamarano di metafore, metonimìe, similitudini, catacresi, ossìmori, prosopopee, distensive allitterazioni offerte in dono. Le parole diramano da un disco fonografico ascendente (per via della preziosa, spiazzante biosfera lessemica) che va depennando parti all’illusione: centrocampisti di stanchezza babilonica, un mesto cavitarsi di progetti a corto d’attuazione. Esemplari le immagini: “Il giorno che saltella/ lungo le impronte delle mie scarpe;/ il giorno che saluta frantumato,/ quasi appostato/ fra le dita” (pag. 13), “…questo calore in maniche di luna,/ che mi costringe sempre/ a sentirmi male./” (pag. 31), “L’oblò di lavatrici scoperchiate/ è un belvedere/ per le formiche nere.” (pag. 27), “Le stelle digrignano in cielo./ Vento che straripa dal buio.” (pag. 28).
L’accento tonico dell’ironia, aureolata di leggerezza bivalente, s’attacca con frizzi d’agrume ai versi, arrotondando da un lato gli spigoli al reale, dall’altro dando buona accoglienza ad uno stile densamente abitato dalla colloquialità confidenziale in cui la descrizione di persone e luoghi è presto trascesa negli acquemoti di un’analisi tutta interiore: “Mangiamoci il tacchino riscaldato:/ andiamo verso il forno/ tenendoci per mano.” (pag. 14), “Poi, di sera,/ tornando a zonzo verso casa/ sembro un fantasma nero che,/ appuntito come un ago,/ viaggi sui trampoli del buio” (pag. 22), mentre una certa propensione al guizzo caricaturale parrebbe intersecare il nostro autore in alcuni punti della poetica della carnevalizzazione palazzeschiana, benché il “plissé” dell’intriso espressivo s’adagi morbidamente sui luminosi “ramages” linguistici di Eliot.
E in “Manto di vita” assistiamo al raduno epifanico di rappresentazioni del dire da slancio gotico; così il sole pioggia “frustate di luna”, il nonno “si stiracchia azzuffandosi con l’aria”, “s’afferra a quella luce che sbrodola tra le persiane”, posa le mani “come due tele di ragno sul davanzale”, mentre il poeta nel buio vede “tante finestre chiuse tra perimetri di sonno”. Nella magrezza più volte richiamata, gorgoglia, nera di marokite, la macilenza avara dei sentimenti, morbo pandemico, la pigrizia e la paura di darsi, anoressìa affettiva del fare e del ricevere da cui nessuno può ritenersi immune che gonfia le vele al livido “grim smile” dell’incomunicabilità. Nella crisi in cui l’uomo annaspa, senza paradigmi valoriali da inseguire, il manto di vita capace di imbastirci i sogni di bellezza, sfolgora ostinato nella forza creativa-attrattiva della parola e si reifica nella stupefazione fanciulla non dinanzi a titaniche imprese ma al cospetto del semplice tip tap del divenire, dell’ordine naturale e necessario delle cose.
Volutamente magro (in alcuni passaggi), all’apparenza dimesso, è lo stile, inalveantesi a tratti tra gli asciutti costoni d’un impietoso sguardo da fotoreporter, ma che pure, contro l’ekpyrosis di lune e di magia, s’inarca “sull’hic et nunc” di gremia materiali da cui scavare bulbi, altezze, nutrimento. Indice distintivo quest’ultimo, che sale sui cavalletti “d’affinitas” della grande poesia americana postmoderna - pensiamo a Robert Lowell (1917-1977) vincitore di due premi Pulitzer. I corpi e lo spazio danno esito a un’acqua piovana di proiezioni in cui il delèto cammina sottobraccio con la vitalità più piena. È questa la poesia di Pietro Pancamo: uno speculare processo di appropriazione ed espropriazione del vuoto che dalle strettoie insolenti del nulla spinge sugli argini di un’apertura possibile e intravista.