Domenico Cara "La materia del mondo". Edizioni Del Quarto Oceano, Milano, 2006. p. 87. s.p.i. a cura di Monia Gaita
La poesia di Domenico Cara si sviluppa su una radice a fittone di elementi la cui scaturìgine promana dal desiderio duro di pitch pine, di analizzare, gettando lo scandaglio del conoscere nei luoghi, colonne scanalate attraverso le quali divenga possibile inferire verità, rompere le brocche comprimenti del nonsenso con ingualcibile, insolubile tenacia. Le cose, lungi dal possedere la compattezza e la luminosità dei quasar, si macchiano di morte e di curaro, vanno coniando monete di caos appiccicoso, sperimentando cronicamente maceratori digiuni di salvezza, senza i circuiti aperti o il caule d’eucalipto d’una svolta. I versi pioggiano a catinelle un’acqua di materia, catastano di sensi, coprenti di bianchetto, percezioni, bersagliano con riti quotidiani il raccontare, mentre la forma s’affida ad un’attiva compage di traslati, ossimori, similitudini, enjambement, personificazioni, non bendando mai gli occhi al patto, solido d’appiglio, col lettor e.
In “Lucido esilio” (pag.16) celurosauri pessimisti tirano colpi a bruciapelo sulle strofe, quasi nunzi catastrofali o mezzi conduttivi di paure: “...i rami si stropicciano gli occhi/ adesso per il sole improvviso,/ ma si attendono catastrofi reali,/dove pioggia e fuoco si alternano/ alle smanie di un’aurora...”, mentre in “Dissipazioni” (pag.18), i cedimenti e la balbuzie dell’amore s’agganciano al domicilio disfatto d’ una verità assolutizzata, come pure alle frange di scialle evanescenti di qualche decisivo paradiso emocompatìbile , in cui gli avverbi di negazione finiscano dentro un’eclissi da cella frigorìfera: “...l’acqua mi passa dinanzi veloce,/ e tante differenze si affacciano/ con mimetica corruptio di colore/ colte le varie sorgive di voluttà/ Conosci la mia tristezza vagabonda/ quando intendo restare con te/ materia del mondo, rosa di deviazione/ ...senza dèi, in una babele di canneti/ e strane perdite di aromi, vivo ormai/ lontano da me stesso...).
In Domenico Cara, credo sia assente la tematica del surrealismo inteso quale inquadramento della realtà circostante in una simbolica, rassicurante rappresentazione, capace di attrezzare un’officina del possibile, eludendo in omne tempus i custodi matricolati della finitudine. Il vuoto e la consapevolezza della fragilità cosmica vengono formulati espressionisticamente con un linguaggio crudo, brulicante di “varia” tra i cui rigagnoli anche la più esìgua via d’uscita, prende fuoco a guisa di fiammifero: “A dispetto del fuoco, (pag.23) è sempre eguale/ al geranio rosso il panico presente,/ una sortita esplosiva, poi impietrita,/... il minuto/ continuum delle nubi, un più sicuro volo/ di uccello anomalo che becca/ refoli improvvisi, moscerini, aghi.../ poi ogni cosa riposerà (non ha peso?)/ con la sua brina, le tersità/ dell’ambra...” “Vedrà più avanti (pag.24) segnali di delizia/ la cupità che incespica nel nero,/ quando una lucciola vaga per orti/ dove tutto finirà, complice la palpebra chiusa”. “C’è la voracità di ansie del passato (pag.60) - dice il poeta l’altra sopraffazione che vieta/ le libertà di essere ammessi/ all’invenzione di un altro da sé”, “Attimi sparsi come simboli/ di metafora della memoria” e “l’universo d’acque che si porta/ goccia a goccia verso l’intera quiete” (pag.56). Sulla città che “cita se stessa attraverso strane/ musiche, riarmonizza gli eccessi/ per abitare in area successiva/ ad ogni parco, piano-bar, centro, ampolla/ di esplorativi misteri, stazioni chiuse/ agl’incontri nei paraggi del tragitto... e la disperazione si piega in soste... (pag.57)” sacrìlego emblema del “vehemens processus” di minuti-pirata, drizzano scale di fascinatio le rovine di civiltà passate “per non morire soltanto di ideologia postmoderna (pag.69)”.
Ne “La materia del mondo” Dio non salda le ossa fratturate dall’assurdo; a muovere ogni gesto, rivoltolandosi in un fango immedicabile, è un orologio a ricarica automatica di sbagli. Nessuna garza idrofila di forse saprebbe riconfigurare un cromosoma almeno di speranza, se pure il largo vento invernale “brancola tra alberi e vuoto.../ (pag.33) inventa radure e misteri/ in balia di una terra di torture,/ esercizi di erbe semidormienti.” Contro i saccheggi empi del destino s’esfolia “ship wracked” il tentativo.