Ci ritroveremo, mi hai detto,
in qualche angolo del mondo.
Ma il mondo non ha angoli,
ogni punto equivale a tutti
e a nessuno, la curva del tempo,
ferro, nebbia, graffio, veleno,
traccia di sogno, linea di una mano.
Ci ritroveremo, certo, e ci accorgeremo
che è gravido di altre carni, di altri
semi, il ventre del destino.
Ma ancora, tenace, avido, feroce,
partirà lo sguardo verso un lembo
di pelle, l'occhio, il collo, il braccio,
il seno, e di nuovo sarà immagine
del mondo, spazio di luce agibile,
abitabile, l'attimo in cui, ridendo,
ci diremo che non è possibile.
Il grado zero
Arriva un momento in cui tutto ciò
che rimane è attesa, sospensione,
grado zero della vita. Diventa colpa,
allora, perfino muovere le dita goffe
della speranza, dirigere il cuore verso
l'idea di un cielo chiaro, arioso, un morso
di pane, una briciola, un sorso residuo
di vino.
Ma più colpevole e più tenace è
l'udito, fisso sul legno della porta,
inchiodato, crocifisso, appeso
ad un battito, un tocco ansioso,
incerto, furtivo: forse il tonfo,
l'incedere cieco del destino;
forse il calore, sincero, di una mano.
Squame
In questa notte d'inverno,
tra strade di gelo, nel fosso
circondato dai viali pedonali,
saltano i pesci. Guizzano
nell'aria colorando il silenzio
di fuochi, riflessi, voli lievi,
risa di gioia.
Sono gli stessi pesci, scuri,
sporchi, nativi del fango, che,
poche ore prima, erano presi
di mira da infiniti sguardi
di disprezzo e dai petardi
dei bambini di buona famiglia,
ben vestiti, annoiati da lusso
e moine.
Mi guardo le mani. Attendo,
impaziente, le squame.
Il tempo dell'attesa
È ancora il tempo dell'attesa,
sospende il battito tra attrazione
e paura. Perfino l'aria, elemento vitale,
alimento dell'esistere, si fa scommessa,
rischio, pena, peccato mortale. Andare
alla finestra, alla luce del sole, dovrebbe
essere impulso, palpito delle vene. E' diventato
tempo, riflessione: nell'istante in cui
ragiono sul bilancio del dare e dell'avere,
la distanza tra il divano e il davanzale,
si siede la pena al mio fianco, ed è
gentile, quieta, quasi gioviale. Mi copre,
con un abbozzo di abbraccio, la vista
del vetro assolato. Resto seduto,
comodo, stordito. Il gelo nella carne
è carezza, la stanchezza è dolce, ora:
sapere di non volersi muovere,
restare alla portata delle sue dita.
Ma c'è un raggio più tenace, diretto
da trame arcane di mura e di rami.
Arriva a sfiorare la gamba, l'avvolge,
la scalda, la sfiora. Riesco ad alzarmi,
a camminare, verso i voli del cuore