Guglielmo Aprile - Nessun mattino sarà mai l’ultimo (Prefazione di Giuseppe Conte). Zone editrice, Roma, 2008. pp. 80, euro 12,00 recensione di Angelo Lippo
Già il titolo emblematizza acutamente la poetica del napoletano Guglielmo Aprile, nel senso che definisce le linee di una versificazione tesa all’infinito, quasi un fiume in piena che non si arresta mai e che quando lo fa provoca ugualmente stupore. Ma è un sentimento di partecipazione formulata sul ritmo di un surplus emozionale e intellettivo, da cui fuoriescono lapislazzuli di sensorialità di alta eloquenza.
Quella di Aprile, ha ragione Giuseppe Conte, “...è una poesia etica. Di un visionario che sogna un mondo diverso”, e lo dimostra a piene mani quando si getta a capofitto negli antri misteriosi di Madre Natura, dai quali lancia messaggi di sconvolgente attualità. Il suo universo è popolato di un “Amore cosmico” nel quale precipitano i venti della vita, in un abbraccio rincorrente ma “tutto non è / che un battito nel cuore di Dio, / tutto obbedisce all’assurda, incoercibile / volontà universale dell’amore”. Sì, l’Amore nella sua declinazione più profonda è il tema che gravita all’interno del discorso poetico di Aprile, il quale si lancia nel mare infinito della Terra, da cui estrae umori e palpiti come “Il mare dei papaveri”: “Guarda, è il mare dei papaveri e / incendia del suo rosso verbo il mondo!”.
Un crepitare di elementi naturali che si scatenano nella ricerca d’una entità altra, dove si sprigionano tempeste umorali e sanguigni bagliori di orizzonti.
L’afflato lirico è costruito all’interno di una dimensione magica, a tratti apocalittica, assumendo i toni e le caratteristiche di uno stravolgimento e cambiamento delle cose, a connotare quasi la insufficienza dello stesso linguaggio, della stessa capacità di assimilazione e quindi una proposta che non trova approdi reali. Tutto fluisce in cadenze forsennate, marosi che si accavallano nell’anima dei sentimenti, un fuoco che rode le viscere ed è “la stessa angoscia / che rende anche noi inquieti, bramosi, in perpetua / ricerca, mai paghi, la stessa che anche noi / condanna a vivere, a bruciare, a / essere alba”. Insomma, una dannazione che perpetua il rito delle stagioni dell’esistenza di ogni uomo, perché continui a vivere la propria “alba”, nella pienezza del proprio vissuto e della propria inquietudine esistenziale. Ed è un “dirupo”, che giustifica e fa rinascere la coscienza sperduta dell’Uomo.