Domenico Brancale "L’ossario del sole" (con una nota di Michele Ranchetti). Passigli editori, Bagno a Ripoli, 2007. pp. 128, euro 12,50 a cura di Domenico Cipriano
C’è una nuova generazione di poeti nel Sud Italia che sa sapientemente attingere dai luoghi di vita gli elementi dell’origine, senza legarsi strettamente alle radici e alle tradizioni. Riesce in tal modo a dialogare con le cose, i luoghi, nella consapevolezza di trovarsi a vivere in alcune delle tante province italiane, connaturata da elementi propri che vanno tradotti e riletti, ma oramai superando i luoghi comuni di una tradizione folklorizzata e agonizzante nei cliché a cui si è aggrappata tanta superflua poesia del meridione, con la mitizzazione del passato espressa dagli epigoni dei grandi poeti della metà del novecento. Una generazione di rinascita, che non dimentica, ma guarda avanti, e fa della poesia uno degli strumenti di rilettura della propria esistenza.
Nel caso di Brancale, nato in Lucania nel 1976, ci troviamo difronte ad un autore che fa proprio il colpo d’occhio, affidando solo alla parola il compito di rivelare un mondo interiore ed esteriore, ma senza tempo, come scrive in nota Michele Ranchetti: «Queste poesie di Domenico Brancale hanno il carattere di affermazioni assolute in uno spazio senza tempo, o di scritte su lapidi immaginarie. Non ci viene detto da chi e quando siano state dette, o piuttosto esclamate, scritte o piuttosto scolpite, o a chi siano rivolte». L’autore vive a Bologna da anni e il taglio della sua poesia sembra portare con se il distacco e la mancanza (noi siamo la nostra mancanza); dei luoghi d’origine ne restano alcune orme sulla “neve stanca” o nei suoni ripiegati in alcune metafore, come il ragliare del mulo, il boato del terremoto: sono metafore che ci proiettano in un passato accantonato nel ricordo, da portare in giro per il mondo, sapendo di non ritrovarlo nelle tappe di ritorno, perché sempre più mimetizzato nel presente.
Così accade anche per l’uso del dialetto, che spesso accompagna a fronte le poesie, creando nuove poesie con la lingua delle origini quasi per difenderle dall’esterno e soprattutto per far scoprire elementi che altrimenti non manifesterebbero , una lingua ancora parlata, ma di cui si sente il bisogno di custodirla prima della scomparsa o comunque del suo mutamento irreversibile. A questo panorama che riesce anche a portare nell’animo un briciolo di elegia, si affianca quello tradotto con metafore dure, che mettono forse troppo in mostra il dolore, esprimendolo attraverso un corpo alla deriva; così c’è il ricorso alla terminologia medica delle malattie terminali, oggi sempre più di uso corrente, o di strumenti e gesti che lasciano il segno nella carne. In queste pagine di veloce lettura, ma che condensano tratti da rileggere ed approfondire, emerge la consapevolezza di un cambiamento in atto, come sfondo a vicende non raccontate, ma percepite nei passaggi veloci di un dettato breve, a volte un solo distico, dove si consuma la giovinezza, con residui di rabbia, graffi ancora vivi nei sentimenti e sui corpi, ed attesa non del tutto consumata.