Armando Rudi “Perso il ricordo”. DIALOGO libri, 2006. pp. 26 a cura di Monia Gaita
La silloge poetica di Armando Rudi “Perso il ricordo” imprime il moto a un ricco potenziale pessimista non temperato da speranza alcuna, né illuminato da torce sia pur tenui di “ostia consolatoria”. I versi smottano un termogramma di tristezza alluvionale: “Di risveglio in risveglio, di onta in onta,/ conobbi la tragedia universale./ Ora vivo gridando a voce oscura:/ ho un coltello piantato nella mente;/ mi nutro d’impotenza e di rancura/...Ora m’incanta nulla” scoperchiando i tetti trasognati all’illusione, mandando in tilt la voglia di tentare. Né traspira dal corpo sfaccettato del messaggio una pronuncia nitida di fede, un prontuario farmaceutico di “credo” capaci di tendere una mano, di porgere l’offerta sommitale di un’uscita. “Il rimando a una colpa originale/ che tutto spiegherebbe (pag.6) è inaccettabile:/ è troppa la tragedia, troppo il male,/ per gravarne un maldestro responsabile.” Le preghiere non servono. “La serie nera/ delle ecatombi (pag.8) avvampa come un fuoco/ di carni e sangue/...Da lontano il Creatore assiste.”
Il negativo sferzante, l’accidentalità monopolistica e il bieco caso si configurano come fermate obbligatorie per ciascuno, minifici oblatori di chiusure e sfasci dal disegno netto rispetto ai quali s’offusca scricchiolante il cervello di un’improbabile reazione. Il futuro, tagliato irrimediabilmente fuori dall’olimpo della gioia, va oliando i suoi ingranaggi sdrucciolevoli di buio, murando a secco qualsiasi alternativa: “E’ stata la scoperta del futuro, (pag.9)/ leggo in un breve saggio filosofico,/ a suscitare nella specie umana/ il sentimento oscuro dell’angoscia/...Il futuro poggia/ sulla categoria dell’ignoto./ Ed è notorio che l’ignoto impaura.” E ancora: “Il tempo diverrà un oltrepò/ di cedimenti più di quanto è stato/ finora: frane, crolli, precipizi./ Lo spazio muterà in un campo arato/ da triboli, rammarichi, supplizi/...Il creato, perduta risplendenza,/ si farà tetro come grotta oscura.” Solo l’infanzia riesce a riparare la disperazione unamuniana di chi scrive con lo scudo prolungato della propria meraviglia, screziando i nervi accavallati del presente di dolcezza folta e scie di luce sconfinata: “La prima infanzia (v.pag.20) fu l’infanzia umana./ Estatica, sognante, misteriosa.../Fu la dilatazione della vita./ Seconda fu l’infanzia sessuale.../ Fu la dilatazione della carne./ La terza infanzia fu l’infanzia artistica.../ fonte di meraviglie e di vertigini.../ Ritorna, infanzia; ritornate, infanzie! ” Ma è pur sempre un sollievo amputato e transitorio dal momento che la sconfitta, in sbruffi di vapore in dissolvibile, rende sconnessi i tavoli all’agire, sciupando fiori di coraggio al desiderio: “E’ scritto nelle stelle/ (v. pag.22) ch’io debba sempre perdere.../ Era troppo difficile,/ per me d’animo ingenuo.../ Volete un monumento/ all’homo perdens? Eccomi.”
La scrittura adotta parole semplici dall’acutezza espressiva dilatata capaci di accrescere il fusto immedesimativo e di condivisibile esperienza in chi legge. L’autore naviga a vele spiegate nel solco delle considerazioni possibili muovendosi con la massima naturalezza da un argomento all’altro senza neppure attendere la muta dei cavalli da parte di un destino irriducibilmente avverso che mette spalle al muro la volontà di opporvisi. Finite le munizioni allo smalto combattivo, va mulinando i propri randelli mucronati lo sconforto, primo in ordine di precedenza tra i sentimenti che percorrono e movimentano il libro. Eppure, oltre il cippo monumentale dei fallimenti dai chiodi aguzzi, emerge, lungo di tilosauro, un attaccamento bizzarro e tetragono alle tossine amanitiche dell’esistente. Nell’alveo di piena mitralico degli elementi, l’amaro di caffè delle aspettative sfumate ammonisce a diffidare accidentando ogni prolunga di fiducia nel reale tra l’addensato d’acredine fonda dei pensieri. Non si accordano alla quotidianità predace le arpe di migliore, dopo l’abdicazione imposta ai troni del sereno. Resta solo anatomizzare i cadaveri in soprannumero dei sogni torti per concludere che il dolore, mai soggetto a prescrizione e mangiato fino alla nausea dentro i giorni, è una necessità ineludibile, un naufragio all’acido solfìdrico a corto di superstiti.