La poesia di Cosimo Caputo è una mensa lauta di bellezza; s’inoltra con curiosità inquisitiva, disimpacciata e immediatamente fruìbile, in una terra opima di immagini affidabili di quiete lagunare oliata d’espressionismo vangoghiano, nella necessità di superare il dato personale e la propria individualità di artista. Si fa acutissima la tensione del colore e della linea della parola, fino ad una trasfigurazione quasi luziana del reale nel simbolo, mentre la figura-chiave dell’analogìa, ritornello di marcata ascendenza ermetica, sovente si curva in direzione teologica o arricchita di un’autentica e lampante affectio religiosa: «...Sei la vivida pietra/ che s’apre nel crepuscolo all’alba/ simile alla libertà del gabbiano/ oltre il grigio dei muri/ Ecco un rosario di spighe/ sgranarsi innanzi al tuo cuore fanciullo/ col turgore della lama/ che taglia il pane/ della nostra ultima cena».
È una poesia che punta le lancette sul simbolismo russo di Block, ma che si combina pure felicemente con le dottrine ilozoiste del naturalismo presocratico secondo cui la materia è vivente. Citiamo a riguardo Anassimandro, nato verso la fine del VII sec. a.C. per il quale il principio o “archè” da cui provengono tutte le cose è infinito. Il termine da lui usato è a-pèiron, ossia privo di limiti sia quantitativi che qualitativi. In molte pagine di Cosimo Caputo è ravvisabile questo raffronto. Leggiamo a titolo di esempio alcuni passi: «Oltre l’infinito dei tuoi occhi/ il tempo/ lascia segni immutati:/ le stelle sulla cresta dei secoli/ come cerve in amore/ il fiume che scorre impetuoso/ tra le colline dell’esìlio/ i denti di mirtillo su di un verde drappeggio/ tra le lische del frutteto/ un orizzonte di mele cotogne/ che si para dinanzi ad un nugolo d’api», «La scorza dell’albero/ le vene d’un fiume/ il muro giallo delle spighe/ i papaveri al vento/ i tuoi capelli di zucchero filato/ che sfiorano il sole.../ Tutto ha un suo peso specifico/ Anche questi cocci raccolti/ tra il muschio selvaggio degli ulivi/ la polvere delle radici/ la muffa dei funghi/ che respiro a pieni polmoni/ e così l’aria l’acqua il fuoco il vento».
È una delega piena alle òrde del visibile, nomoteti d’un mondo di grazia opulenta, cui un accresciuto spazio onirico, tradotto con puntualità ed esattezza lessicale, conferisce il dono dell’estensione. Si può accennare anche al fauvisme a proposito di questi versi poiché in essi vibra uno slancio vitale di suggestione bergsoniana: anima e corpo, spirito e materia sono due poli della medesima realtà e non due realtà distinte. I pittori fauves, operativi a partire dai primi del '900, miravano a nutrire una fluida corrente di comunicazione tra l’uomo e la realtà, tra il soggetto e le cose, fino a farne quasi una radix, una indivisibile. E se Matisse concepisce la pittura come struttura intellettuale, cercando di fare delle sue opere dei meccanismi precisi che agiscano sui sensi e sulla coscienza indipendentemente dal soggetto, anche nel nostro autore c’è una ricerca calibrata del veicolo segnico allusivamente adibito a spiccare il senso degli eventi. Così cielo e terra si confondono, fenomenico e metafenomenico, in un costrutto paratatticamente inscindibile, si incontrano nelle immediate adiacenze di un invito: Quod Deus coniunxit homo non separet. E l’uomo affonda i denti nel carosello d’elementi antagonisti del concreto, nelle vicende sbilenche o piane del divenire, nell’autoclave dei tanti ricordi affettivi, come quando il poeta tratteggia amorosamente la madre che scriveva lettere per le signorine al fronte degli innamorati.
Accanto ad un rapporto armoniosamente identitario e di panica adesione con tutto ciò che ci circonda, sussiste anche un’insorgenza crepitante di mistero, gli sciami senza alternativa o retromarce dell’incerto, le ridde d’irrisolto o di inspiegabile dolore, l’alveo di piena d’una presenza metafisica che attrae, seduce, lusinga e verso cui l’uomo incontenibilmente si protende. Questa poesia incline ad investigare filosoficamente, letterale e oracolare insieme, materica e spirituale nel contempo, cammina su di un tessuto connettivo vario da cui germina una generosa e brulicante vena di messaggi resa ancora più feconda da uno stile scaltrito, navigato e maturo. È poesia che redime, ambisce a cogliere l’Assoluto, serbatoio di riserva d’oro anche nel buio. Ci fa risorgere dalle rovine a largo raggio della morte e sullo scacco matto messo a segno dalle disillusioni, porge più d’un fiore di chiarità e speranza.
Notizie su Cosimo Caputo Nasce a Calvi, nel beneventano, nel 1954 e vive a San Giorgio del Sannio. Laureato in Storia e Filosofia, è Responsabile della Biblioteca Civica “Tommaso Rossi” di San Giorgio del Sannio. Collabora a varie riviste di carattere socio-culturale ed ha svolto per anni attività giornalistica presso la Redazione de “Il Mattino” di Benevento. Attento operatore culturale è stato, tra l’altro, Presidente della Cooperativa teatrale “Sangimarcana”. Lettore onnivoro, con una predilezione per la filosofia e la poesia contemporanea, coniuga nella scrittura questi elementi e, nelle raccolte di poesia edite, la parola poetica si intreccia spesso alla filosofia. Ha pubblicato ben nove raccolte di poesia, con i seguenti titoli: “Il Sapore delle fragole”, “Il cielo non ha età, “La teatralità dell’indigenza”, “Il nulla fiorito e altre poesie”, “Prove per il cuore dei salvati”, “Strade dopo la pioggia”, L’adesso delle mani”, “L’immanenza” e “La speranza che va oltre la fine”.