6 POESIE DA: DOVE ESITI ESISTI (inediti) di Alessandro Polcri
Palmare sensazione l’adesione alla terra
e riscopri con gli anni ciò che disserra
il bene e il male dei nostri trasalimenti
gli stenti e le fatiche delle ferie
delle giornate lavorative delle vite
in generale trascorse senza guardare
alla clessidra che corre scorre rota
mentre tu t’avvicini a passi lenti di danza
traversando la stanza che sto scrivendo.
PIEDI NUOVI
Per raggiungerti
non posso fare a meno di battere
sul piano usato i passi
contandoli per tornare dove sei
ti inseguo, mi sfuggi e come in danza perenne
ascolto il battito del tuo polso
lontano ma udibile
di te che hai sangue rosso in abbondanza
e cuore forte che mi guida
tra le pulsazioni sottocarne.
Cammini scalza e le tue piante
aderiscono alla mattonella liscia che carezza.
Senza dolore alcuno si contrae
l’arco del tuo piede
e il tuo peso cade tutto sulle dita
propaggini del tuo contatto aracnoide
con la terra a cui svelta ti sottrai
per passare il tocco all’altro piede.
Tamburelli dunque sul tappeto
ma non emetti suono riconoscibile
e mi lasci sempre inudita
mentre guardo a terra
cercando con insistenza
per dove tu possa essere passata.
L’IRRUENZA
Chiudi la porta, leggi i segni,
sei qui per questo:
sbatte il vento,
le cartilagini che coprono la cassa
armonica del tuo essere
possono lacerarsi in ogni istante,
e infatti si schiantano.
La tua città è assediata
i fossati già asciutti,
facilmente traversabili
lo sai bene che solo la pietra
non muta né si consuma,
semmai si scheggia contro altre schegge,
ma tu non sei pietra
tu non basti
perché lei traversa le tue forme
scuote il silicio carnale dall’interno
penetra l’interstizio mal coperto
tra cellula e cellula.
Senti l’ondata calda?
Vibra la casa corporale
rannicchiati, fai il vuoto
mentale, prova a non cercare
il punto da dove potrebbe venire,
non disporti all’accoglienza
mentre aspetti e intorno
già il muro oscilla attraversato.
Scopri che le protezioni
che hai elaborato
hanno la consistenza delle membrane esili,
sono lievi misure dello spessore.
Ormai piombano dritti i cerchi di polvere che schifi
e poi la luce sporca, il caldo,
a seguire pioggia, vento, turbini,
scosse nel ventre
refi attorno al tuo epicentro
che si sgrana facile.
Quello che temi si chiama
in molti modi e si scrive
in lingue innumeri:
impronunciabile, inudibile
ti trafigge.
Nell’esatto punto dove esiti,
lì ti vorrei irretire con parole adatte,
una colata di gomma sonora
che ti invischia come antica vespa
nella resina intrappolata
e diventata giada.
Nel tempo e attraverso le passioni
a volte sosti e illumini
se solo riesco a dirlo.
Chi ti ferma non è perduto, è salvato.
Qual è il distillato della tua presenza,
il rabarbaro dell’esserci,
liquore sublime lasciato qui?
sei ostia e maledizione
tra fuoco e acqua,
in exitu sei interiore,
sei nebbia e aria cristallina:
aspetto nelle parole sulla carta
la tua transustanziazione
e come Toma vorrei
infilare il dito nella traccia
del tuo sangue, ma posso solo
immergerlo nell’inchiostro.
Sono stanco dell’attesa
e per oggi sollevo il calamo
la cui corrente fermo e il passo,
esattamente in questo punto.