Sinestesie - Rivista di studi sulle letterature e le arti europee - Luglio 2010 Anno IX
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SCRITTI DI POESIA
Maria Pina Ciancio - La ragazza con la valigia. LietoColle, falloppio, 2008. pp. 68, euro 10,00
recensione di Pierino Gallo


Ogniqualvolta ci si trova a parlare di “Poesia”, Calliope – la prima delle muse – ridesta Clio – custode della Storia – per imprimere nella mente degli uomini immagini, fatti, idee, percorsi di vita.
Così, per quell’imprescindibile nodo che accomuna poeta e mondo, la penna comincia a far sgorgare segni, ad annerire pagine ingiallite o a dare corpo ai ricordi.
Questo si avverte sfogliando, col suo bellissimo azzurro di copertina, La ragazza con la valigia, recente dono di Maria Pina Ciancio. La rivelazione è folgorante ed arriva dall’autrice stessa: «queste pagine possiedono l’autorità che deriva loro dall’essere “radicate” nella mia storia personale. Vissuta. Esplorata. Ascoltata. Evocata. Immaginata. Rivelata» (dalla nota introduttiva).
Non a caso, la raccolta si pone, già in apertura, sotto l’autorevole tutela intellettuale di R. M. Rilke e della sua Quinta Elegia. La poetessa sembra chiedersi in limine che tipologia umana è quella dei girovaghi, condannata da un misterioso volere all’eterno vagare... E se lo chiede con il sintomatico atteggiamento di ricerca che la condurrà ad esplorarne dinamiche e contrapposizioni, con quella profonda consapevolezza che, se c’è davvero qualcosa per cui lottare, allora è per i nostri simili (“angeli” ignorati, maschere mute).

La galleria umana della Ciancio si coniuga al femminile e si snoda su un percorso interno a tre tappe (Lo sguardo di terra annodato alla luna, Il filo delle rondini nere di ritorno e Il premio della luce) che ha tutto il sapore di una catabasi dantesca.
La poetessa, come le donne “al margine” di cui racconta, attraversa con la sua valigia mondi paralleli. Pellegrina nelle strade dell’umanità, scova isolamenti, fa parlare i “piccoli”, li veste di voci corali, intense. E il paesaggio, come in ogni buon prodotto letterario, palesa i movimenti interiori: “Parte e ritorna ogni notte/ la valigia rossoazzurra/ rigonfia di stracci/ e lo sguardo di terra/ annodato alla luna.
È la prima tappa, quella dei notturni lunari. Siamo in quella fase del giorno in cui persino un vecchio ciliegio nasconde nelle mani un artiglio sbilanciato. Come a voler recidere, impietoso, le vite disperate e isolate che vi gravitano intorno.

Nel giro delle 57 pagine di cui si compone la raccolta, Marta, Nina, Adalgisa e tante ancora abbandonano la loro esistenza nascosta per storicizzarsi. Tanto che alcuni luoghi della poesia della Ciancio riecheggiano pasoliniani accenti: negli umili e nei degradati si riconosce la spontaneità e si fa la Storia. Nina...: “ Viveva sola e si burlava/ delle mie paure e dei miei amori/ La cercai dappertutto/ (...)/ a trent’anni la scoprii col cappotto/ che spiava il Mondo dalla serratura/ della porta”.
La potenza iconica del sordo venditore di sogni e parole (nella poesia Marta) e della luna spaccata con l’ascia, scandiscono, poi, i versi successivi. Come a volerci ricordare che siamo ancora sotto il segno di Artemide e dell’isomorfismo mortifero che la tradizione mitocritica non cessa di attribuirle.
La seconda sezione del libro si intitola Il filo delle rondini nere di ritorno. È la fase degli ambienti domestici, fatta di case, tetti e porte, inesorabilmente chiuse: “Ci sono ancora porte chiuse/ sulla cristalliera dell’infanzia di Anna/ una chiave nascosta”. E ancora: “Stese panni biancoazzurri/ al filo delle rondini nere/ (...)/ i capelli e i vestiti graffiati/ da carezze senza cura/ chissà perché in quella casa/ dai tetti rossi/ il tempo del presente/ era sempre altrove”.

Maria Pina Ciancio offre una via di riscatto con i suoi versi: per l’umile casa dai tetti rossi il tempo del presente rientra dal suo altrove per farsi contemporaneità e ferita su un lembo di terra. La denuncia di un universo femminile sempre più maltrattato dalle leggi del potere, assume un taglio aggressivo quando la ragazza dalle labbra color di rosa di un’altra lirica è vista: “...uscire di casa stanotte/ chiudere le tendine alla finestra/ camminare senz’occhi e senza mani/ incorniciare tra parentesi quadre/ il suo passato di madre/ e poi ritornare vacillante e smemorata/ a barattare stracci dietro l’angolo di casa”.
Alla “ragazza con la valigia” della Ciancio mancano carezze, parole, abbracci. Il sentimento del dolore unisce Ada, Marta, Nina e tutte le abitanti della raccolta fino alla catarsi conclusiva. Passare, come in un viaggio, attraverso e dentro se stessi, vuol dire pur sempre giungere da qualche parte. Che la meta sia fisica o metaforica poco importa, sembra dirci l’autrice. Su questa falsariga, la discesa nella disperazione e nei ricordi diviene “superamento”, Il premio della luce (titolo dell’ultima tappa): “Adesso che sa sorride a bocca aperta/ intrecciando sotto i ponti/ la sua storia sfilacciata/ a un domani già iniziato”.

Ritrovando Nina, leggiamo: La solitudine non le faceva più paura, da quando la vita le aveva fatto scempio in lungo e in largo.
Il cerchio di vite si chiude e gli effetti di un felice nodo esistenziale che si scioglie, trovando una via di fuga, si dirama in più direzioni. Da una parte, si sofferma a segnalarci l’organico disegno di Maria Pina Ciancio; dall’altro ripropone la polisemica immagine dell’inizio: “la ragazza con la valigia”. Quella medesima valigia che, se incarna la necessità di un viaggio, ora fa sì che la poetessa e le sue donne gustino il soave piacere del nostos, del ritorno:“Scese dall’autobus/ la ragazza con la valigia / e sorrise// con le mani lievitate di terra e luna// sorrise”.






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