Poesia Finlandese: Rakel Liehu 4 poesie (trad. a cura di Antonio Parente)
Rakel Liehu (1939) è autrice di una dozzina di raccolte di poesia. Gli studi religiosi e di filosofia lasciano tracce profonde nei suoi testi, spesso etichettati come impegnati e difficili dalla critica finlandese, secondo la tradizione locale che classifica in questo modo qualsiasi opera non faccia uso di un linguaggio piano e comune. Innegabile è comunque il suo virtuosismo linguistico, che riesce a fondere con maestria il simbolismo religioso, peraltro mai dogmatico, con gli elementi naturali e naturalistici, così abbondanti nella poesia finlandese. Tra le numerose raccolte, oltre all'opera d'esordio Ihmisen murhe on yhteinen (Comune è l'afflizione umana, 1974), possiamo citare Readymade (1995), Skorpionin sydän (Cuor di scorpione, 1997) e quella che, per il momento, è la sua ultima raccolta, Bul, Bul (2007). In queste sue opere più recenti, la Liehu propone al lettore un contenuto più prosastico, spezzettato e visuale, tanto che alcuni critici hanno parlato, in relazione a queste raccolte, di cubismo letterario. Un altro elemento che colpisce di questi testi è anche la grande attenzione alle altre lingue e gli espliciti riferimenti, attraverso l'uso di pastiche linguistici, a culture non finlandesi. Oltre ad aver pubblicato una raccolta di saggi, la Liehu è anche autrice di tre romanzi, il più famoso dei quali è probabilmente Helene (2003), incentrato sulla vita dell'artista finnosvedese Helene Schjerfbeck. La Liehu ha anche vinto il Premio Runeberg (2004) e nel 2006 è stata insignita della medaglia Pro Finlandia (Ordine del Leone di Finlandia) per meriti culturali. Collabora inoltre con la figlia, Heidi Liehu, scrittrice e filosofa, con la quale a metà degli anni '90 ha fondato la casa editrice Sphinx.
Il cervello, delicatamente portato alla luce con un gancio
il corpo,
immerso in una montagna di sale,
fasciato
lancia in mano ora è
sorvegliato da una figura d'argilla, il Tempo?
(la cui forza marcente solo dalla frutta è amata,
deliziosa piramide dei suoi semi segreti)
corpo anima! nascondino in attesa
(nobile mucchio d'ossa)
Lo sguardo notturno di Nefertiti
senza batter ciglio
dischiuso
(Cuor di scorpione, 1997)
(Raskolnikov)
La mia mano è sicura quando colpisco la donna in cantina: subito
muore. Vado a prendere il sacco nero dell'immondizia, la donna è riversa
nella stessa posizione, per terra litri di sangue. Corro a cercare
uno straccio,
ma non posso più scendere in cantina! il sangue è arrivato
già al secondo scalino, il corpo già quasi galleggia?
Come è possibile che da un pidocchio così insignificante, così vorace,
da una sanguisuga dai denti neri coli sangue in modo tanto
inarrestabile? Siedo in cucina e apro una lattina di sidro, quando il sangue
tocca già i piedi,
l'intero pavimento è bagnato, mi tremano le mani
Le finestre della cantina cedono, il livello è salito già
fino alla cassetta della posta! malgrado ciò la gente marcia ritmicamente al lavoro
in abiti firmati, un piacevole motivo nelle orecchie
Sfuggo l'inondazione salendo al piano di sopra, il sangue mi segue,
il cuore, frenetica raffineria, batte forte,
lo zio minuto, sommozzatore di profondità, diceva che ogni
persona è «tegna di rispetto»,
il sangue è diventato nero brillante, nero come il dorso
di un serpente, arriva già alle caviglie, serpeggianti, brulicanti
anaconde,
mi arrampico sull'antico armadio di famiglia, mi accoccolo lì come
un feto,
il sangue gela
(Bul, Bul 2007)
Ostrica
C'è bisogno dell'insicurezza, dice Plutarco, per poter far nascere
la sicurezza.
Da bambina ero tra i piedi di mia madre,
l'arcobaleno mi prendeva per mano quando ero sola, la città
odiava la mia timidezza.
Ma nell'acquario avevo un'ostrica viva, l'adoravo,
dormivo con un piccolo bouledogue nero, l'acetosa mi ferì
la lingua.
Ma ben presto sono in piedi su un masso, io piccolissima
vengo scelta,
e loro mi sparano,
clic clic loro mi sparano, Ostrich, Lesonen e Oikarinen
Una banda di ragazzi ha trovato nel bosco una vecchia pistola Mauser
Mi mettono in piedi e sparano, e
io cado di nuovo, e
loro sparano, Non è un attimo veloce come il cu cucu cuo che sale
in gola al bimbo come una pietra
Loro sparano anche alla mia ostrica.
Sparano la luce dal cielo e
grappoli di bacche rosse, uno dopo l'altro
con una penna inverdita mi coprono la pelle di scrittura,
con una penna inverdita tagliente
Così diventai quello che diventai
Ora conoscono il mio canto a memoria
In piedi in prima fila tra migliaia di persone, urlano e
lampeggiano l'accendino,
ostrich, lesonen e oikarinen
Annuiscono col capo quando dalla mia bocca escono i germogli
brucianti dell'ortica, le case di pietra spaccate a metà, il caldo greco
del mare
Si uniscono alle grida e
urlano:
Faceva parte del nostro gruppo, e
già allora da Re
(Bul, Bul 2007)
È silenzio né la lingua è più Gioco
La lingua è
solitudine strappata al cosmo
la tensione del ponticello dell'archetto -
e ciò di cui parlo non ha sguardo
ciò di cui parlo non esige
al contrario di te che hai sempre fretta
Tu Provetta, scorrente
Ignoto contrappunto
l'oculare dei tuoi occhi regolata in modo spaventosamente
fastidioso! lontano -
Amico Non è
non è morte
asperge stormisce in chiarezza te
ti porta via
come fece con achmatova, bergson, duce
Tu credi
(nel dubbioso mare dei suoi occhi la persona ardita ameba che affoga
lo sa: Non fu. Non è).
e questa stanza vuotissima, il calice più efferato: il tempo!
Tu credi (nel tuo viso)
fieramente puro in durazione
Tu sciacqui sorpreso versi
con alienazione sagacia
referenti
di strade balenanti
di ignei circhi stellari