Il "realismo magico" nella poesia di Serena Maffia nota critica di Luca Gabriele
Non posso non trovarmi in perfetto accordo con le parole di Alberto Bevilacqua, voce potente della cultura letteraria italiana, il quale afferma - e senza un briciolo di civetteria salottiera - «Serena Maffia è una strega!». È vero in assoluto, Serena (che avrà da perdonarmi di questa mia collegiale e goffa confidenza di chiamarla solo per nome di battesimo) è una strega, deliziosa e benevola. Tutta la forza, il talento, la magia di questa giovane poetessa (di cui nel 2007 la casa editrice Azimut ha pubblicato la seconda edizione della silloge Sradicherei l’albero intero) sta nella straordinaria capacità di saper incantare chi legge i suoi versi così educati eppure corposi, ricercati e preziosi e senza la soma del preziosismo fine a se stesso di cui trovo, a malincuore, inutilmente inzuppata fino al midollo tanta scrittura contemporanea (e dimostra in questo, la poetessa, tutta la volontà di lasciarsi intendere e comprendere, di parlar chiaro, senza esercizi di stile, senza secentesche costruzioni sul nulla; dimostra, insomma, la volontà schietta di non lasciar davvero nessuno fuori dal rifugio delle sue riflessioni).
Qual è, dunque, la stregoneria che Serena padroneggia? Indubbiamente quella di saper equilibrare la pagina tra assoluto lirismo e realtà, fondendoli assieme in versi che non suonano mai astratti e distanti ma al contrario vivi e presenti, in una poesia asciutta e concreta composta di piccole cose domestiche ma che non mancano di dare prodigio di se stesse, in un incastro di metafore nuove e inattese. La magia di Serena sta dunque nel saper re-inventare e inventarsi l’ordinaria esperienza, nel saper descrivere lo spettacolo del mondo con gusto extra-ordinario e questo denota sul fondo tutta la scrupolosa attenzione del suo sguardo di gatta in finestra che sorniona osserva e studia la vita tra le ciglia, prima di disciogliere il pensiero in inchiostro.
Mi piace pensarla, la poetessa, come un’antica compagna di giochi d’infanzia che dell’infanzia ha conservato il candore, la semplicità d’animo nello stupirsi di nulla e che non ha dimenticato il rito del gioco, la remota pratica della conoscenza. Ed è come per gioco, infatti, per capriccio della curiosità più pura, che Serena intarsia parole in poesia, combinandole su carta in soluzioni fino ora mai udite, nel bieco panorama del già detto e sentito e ripetuto cento volte, producendo immagini fin ora mai avvistate, nell’industria alienante del “niente di nuovo”.
È l’inventiva il suo dono. Un autentico realismo magico è la sua dote. I suoi versi obbligano il lettore a dimenticare i sensi imperfetti e comuni, la vista abusata adulta e corrotta, per vestire invece nuovi e fragili occhi che meglio sanno penetrare gli eventi: gli occhi del fanciullo che crede ancora nel miracolo laico, nel prodigio fatato. È questa la chiave che permette di varcare la soglia del regno ammaliato che la poetessa ha ritratto, entro il cui recinto nulla soggiace alla cieca legge della ragionevolezza e non ci sarà dunque meraviglia se sarà il formaggio ad addentare il topo o se il pesce rosso potrà annegare nella sua boccia di silenzio.
La volontà di giocare, sempre, comunque, rimane la giusta compagna anche quando oltre la siepe dell’orto dell’illogico si affaccia livida l’ombra di un rimpianto; il rimpianto di un amore atteso e annunciato ma che manca di manifestarsi come d’incanto, ultimo sortilegio che riesce impossibile. Si sciolgono allora i versi in un miele che non è soltanto dolce al palato ma che rivela, inesorabile, un siero amaro e bruciante. La ferita d’amore, con la sua sintomatologia di memorie e disappunti, attraversa dunque la pagina mentre la poetessa bambina, infranto il candore contro lo scoglio d’un diniego, si spinge in terra straniera per piegarsi ad altrui leggi, imparando l’ubbidienza e il dolore della passione.
È terminato dunque il tempo per dedicarsi ai divertimenti incoscienti e la donna appena nata diviene essa stessa bambola di pezza nelle mani distratte d’un Adamo sfuggente; assapora il gusto del frutto proibito che un Dio sconosciuto le impone di desiderare soltanto. E parla allora, Serena, con le parole della prima donna: la donna che ha visto il mondo per prima e con primi occhi; la donna che ha appena riposto i balocchi e si è fatta svago di altri, che ha ammiccato all’invito del serpente. Scagiona Eva, la poetessa, complice della medesima colpa. Eppure, fosse essa stata l’ospite disubbidiente del giardino dell’Eden, non avrebbe soltanto strappato il frutto dal ramo ma sradicato e inghiottito l’albero intero, avara delle radici del peccato.
È questa la sensualità pudica che rende spessore alla poesia di Serena, che conferisce carne alla parola e abbina un gusto, forse dolce, più spesso aspro e pungente, al più intimo ricordo. Eppure la sua non è soltanto una raccolta di scritture private, d’annotazioni per la memoria dell’anima; la sua è una raccolta di umane suggestioni, universali e istintive. D’altronde, di fronte a quale altro sortilegio nessuno più conosce riparo se non dinanzi al sortilegio d’amore? E Serena (che a questo punto m’avrà ormai perdonato di questa prolungata familiarità balorda) sa investigare, con acume e avidità di dettaglio, il sentimento elusivo che fin dalla notte dei tempi muove il cielo e le stelle.