L’impressione è atroce: io libero, seduto
guardo gli altri staccare i rami di quest’albero
sfogliarlo un po’ alla volta, restare buio
in mezzo alle sue figure trascorse.
La sua solitudine è come un invisibile muro
che resta là, per i parenti, e il consiglio del valutatore.
Ha detto no, quel libro verde, autografato, è raro
leggerlo oggi, ma non fu la prima edizione
vale più del prezzo come un ricordo caro.
Quel pomeriggio di un novembre del quarantuno
sull’antifrontespizio fermo da anni, è forse un faro
spento di un altro, improbabile viaggio.
Casa significa restare. Il suo odore contro il cupio dissolvi.
Via col vento, che ora si apre esattamente
in una drammatica lotta fra iene e corvi,
la nonna lo comprò un pomeriggio che la pace
cadeva a pezzi dal cielo, e lo lesse nei torvi
rifugi pensando: Domani è un altro giorno.
Un altro giorno che riverbera nell’aria
limpida una coltre di vetri e carboni rossi
scaraventati all’orizzonte, e prende la varia
consistenza dei suoi spazi casalinghi,
luci e ombre rimossi dal traslocatore
libera per ogni stanza il tonfo dell’imballaggio.
Un colore si stacca dalla casa mentre scrivo
tutto il giorno finché non diventa buio.
Accompagno la sua visita, l’ultima, dal vivo,
ai tappeti, alle tende a righe verdi
che screziano riverberi al tramonto, e in silenzio
corro, fra le cose di ieri, al suo saluto.
Dietro il cancello
A questo paese che non è Venezia
dove i bambini giocano per strada
col pallone e sbucano da ogni angolo
oggi ho portato Giorgia e Tommaso.
Guardano di là quel movimento
e nel giardino della zia, oltre la ringhiera,
alzano un invisibile castello.
È come un sogno che ho dimenticato.
Poi stanano lucertole dalle fratte
e tartarughe con dardi d’erbaspada,
montano sul monopattino, e via d’un fiato.
Quanto i miei figli sono diversi dai bambini
che giocano per strada, e da me (fra quelli),
quanto è lontana la loro infanzia dalla mia
da quello che fui anch’io in quel regno
senza governo, di auto in sosta
e passanti increduli, molesti.
Un giorno li vedrò tornare grandi
e domandarsi quale traccia
dietro il cancello che ci separa di trent’anni
fra il giardino e la strada, di ieri resti.
San Marco in Lamis, agosto 2008
Volatilità
Mi punta la parole, passeggiando
contro l’ombra del viale: Erano tutti
amici tuoi da ragazzo quelli che saluti?
Sa che esiste un’altra età per le amicizie forti
un luogo dove ogni “grande” torna
un punto di raccolta dei suoi anni dispersi
dove l’io è una casa senza porte.
Sì, erano i miei amici, lo sono ancora
in parte, amici di stagioni inerti
ferme, a volte perdo i loro nomi.
Delicatamente aspetta che taccia.
È un angelo guardiano la mia piccola
quando apre le sue inchieste
e guarda lassù vacillare il suo papà.
Dove saluterà i suoi amici di ragazza?
Oggi saluta come un tenero volatile
chiude la testa fra le piume dell’infanzia
piena di case, a nord e a sud, lontane
ma abitate, come nelle favole.
Domani mi guarderà dall’alto, da un punto
decentrato del suo futuro, cercare amici
tra luoghi diversi, chiedermi dov’è la sua casa.
San Giovanni Rotondo, agosto 2008
Campo, controcampo
Ponte di donna onesta, la bambina che ti varca racconta una storia diversa al piagnucolante fratellino. E il vento taglia l’acqua in due appena sopra chi si affaccia...
Sono io, piccolo, quello che ti assomiglia
perché esiti la mattina e cerchi un’illusione
per buttarti dietro il resto della notte
un sentiero per vivere la tua giornata
dietro i nonni i grandi la sorella
e porti il mondo sulle gambe gracili
come uno straccio di luce che non brilla.
Sarò io il bambino, tu mio padre, l’ultimo giorno
l’ultima volta, e allora quel che resta
portalo lontano se non puoi tornare
tienilo per te come un presagio nel buio
di chi non sa dove andare e non ha coraggio
di restare sul posto, e non si è perdonato.
Venezia, il giorno dopo
E fu, un giorno, una sola coperta di dune.
Il mescolio della sabbia e qualche erba anfibia
e pochi cardi cresciuti nell’amplesso con la terra
sfangavano una salmastra marina.
Nessun pescatore solitario, asciugate laggiù le reti
interrompeva la sua desolazione,
nessun albero spezzato o palo fatiscente
alzava al cielo la letizia del giorno.
Sopra strisciava la marea, bava di un’altra lingua
addormentata nel suo ventre.
Era nostro solito tornare al tramonto
dalle più lontane parti del mondo.