Anna Ruotolo, Secondi luce, Lietocolle, Faloppio(Co) 2009, pagg.74, €. 10,00 a cura di Adriano Napoli
Se, come sosteneva ne Il flauto e il tappeto Cristina Campo, “esiste per ciascuno di noi un tema , una melodia che è nostra e di nessun altro, e che dobbiamo cercare”, l’architettura meditata, di simmetrie e rimandi interni, che contrassegna la costruzione di questa opera prima di poesia è già di per sé una figura di responsabilità, che rimanda ogni scelta di stile alla ricerca di un ordine interno in cui lingua e pensiero, parole e azioni coincidano in un unico momento aurorale un gesto significante. La parola dell’attesa, della speranza in questi versi appare continuamente protesa verso l’istante assoluto il secondo luce di un evento che è anche un “Avvento” (non a caso titolo della poesia conclusiva del libello): «Il mio avvento ha un nome /che mai si disse, mai diremo». Questo movimento è tutto incessantemente orientato verso un interlocutore privilegiato, un “tu” (una persona amata e lontana, come da tradizione del codice lirico; ma anche la familiare ombra materna) ed è sostenuto dalla speranza di un incontro decisivo, unico efficace antidoto contro la minaccia della perdita di senso della realtà e conseguentemente del destino.
E si potrebbe aggiungere che se questo libro pronuncia le parole come sillabe di una speranza, essa è sempre una speranza per l’altro.
Il tema amoroso è dunque una via impervia e lungamente cercata verso la verità e la ricerca del valore della vita stessa. Una ricerca che in questo esile ma stratificato libro della memoria si articola in una meditazione, in forma di viaggio, lungo precise coordinate spaziali e temporali.
L’immagine della nave, che dà il titolo per giunta a un’intera sezione, («L’ultima nave a partire è l’abbandono»), replica da un testo all’altro, e più significativamente nelle parti centrali e finali del libello, il motivo capitale del viaggio della vita, a suggerire un’idea del tempo come serialità, ripetizione, ritorno. La monotonia ricercata dei sistemi strofici e della vetrificazione, intessuta al suo interno da piani molteplici di echi e allusioni, ne è l’emblema espressivo, riflettendo la serialità di gesti e parole che a furia di essere detti e ripetuti acquistano una loro religiosa necessità. E’ il caso della centralità ed evidenza del corpo (in particolare il “ventre” associato alla “casa”: «sulla casa asciutta del mio ventre»), ed è come se il corpo diventasse, in ogni dettaglio (le mani , la bocca, la pancia) nella sua concretezza elementare e quotidiana, con le sue imperfezioni e ferite, la terra di mezzo , il limbo in cui la ricerca di un’identità si specchia costantemente nella sua incompiutezza, come una nostalgia. Un desiderio che continua a crescere in una ritualità al contempo fremente e paziente, che passa attraverso la sacralizzazione di gesti e situazioni, le più quotidiane, nell’auratica e favolosa mitizzazione del ricordo: «Per parlarti ho preparato tre fuochi: uno alla finestra nella bianca/bianchissima luce che esplode /uno oltre il ceppo, poco dopo/ il vento sul corpo della noce/ Il terzo un passato corto / da una porta aperta a un ponte./ Al sole azzurro che dilava il cielo/ dirmi di saperti cercare per il mondo/a te che si esiste dall’ombra/alle chiarezze che crescono per aprire un tetto/ Forse aspettati di vedere la paura/di non trovarti nel silenzio della pioggia/ sull’avanzo prossimo alle stelle/ Questo ti lascio: sempre il niente, il poco/ e tutta la vita a innamorarsi».
Colpiscono in questo testo in modo particolare la maturità espressiva che riflette una coscienza poetica avvertita e ben nutrita da una solida consuetudine con i classici della poesia del Novecento (il Montale primo, degli Ossi di seppia soprattutto, di cui altrove , quasi un omaggio, sono richiamate “le trombe d’oro”; oltre all’intarsio di termini rari in una tramatura di parole scabre ed essenziali ); l’equilibrio felice tra un dettato dal tono cronachistico e fattuale e una corrente lirico-musicale che non scade quasi mai in tentazioni o derive elegiaco-crepuscolari; e soprattutto il contrasto luce-buio, archetipo originario per eccellenza, evocativo del destino di vita e morte in cui la vita umana si concentra (e di archetipi primari, a ben vedere, è disseminato un po’ tutto il libello).
E poi il ritmo: un ritmo ondoso, con quel continuo rifrangersi di versi lunghi o lunghissimi in altri versi più brevi, come istanti molteplici che convergono su uno stesso punto, un hic et nunc, un eterno presente da cui distillare quell’unico istante privilegiato. Il tempo per la nostra autrice è dunque fatto di acqua, sede di ogni virtualità, di tutti i germi e le forme di ciò che è nascente o, creduto finito, di nuovo in procinto di rinascere (MIrcea Eliade). La forma del tempo evocata nella prima sezione è dunque una forma circolare, non lineare, evocata nei versi («C’è un tempo dentro il tempo / un filo acceso a intermittenza/ dove il mio ventre è tondo d’attesa/ dove viviamo (dove la lontananza non ha mestiere») e fin dall’esergo che riprende il brano di una canzone di Ivano Fossati: «Dicono che c’è un tempo per seminare/ e uno che hai voglia ad aspettare/un tempo sognato che viene di notte/ e un altro di giorno teso/come un lino a sventolare»). È il tempo del ritorno annunciato dall’opera dei contadini (Camporesi lo chiamava “il sapere frenato”) e dalla memoria dei libri: «Sapevo del ritorno/ lo diceva il vento lo dicevano/ i vecchi con gli innesti dell’autunno/che questa terra di confine/sa di cosa parte il giorno/e di come rinvengono giovani/le sporte aperte dai libri abbandonati».
In questo confine temporale che è anche uno spazio, l’Evento si annuncia con-fondendosi nella luce del giorno qualunque: distillando dall’anonimato di un “mercoledì” come tanti (si cfr. “Mercoledì alla Mondadori”; “Cinema mercoledì”), dal nulla, l’universale di un’attenzione perfetta in cui l’anima parla soltanto le parole della necessità. Come un silenzio.
Non è un caso del resto che tra le anime sorelle evocate dall’autrice in tutte le soglie di questo piccolo tempio consacrato al Tempo, all’attesa e alla speranza figuri anche l’Attilio Bertolucci di Viaggio d’inverno, come a giurare all’ombra accogliente del poeta della “luce vera”, sulle pagine di questa opera inaugurale, una fedeltà devota a un mondo poetico in cui rintracciare e pronunciare con grazia inquieta quelle parole-preghiera con cui immobilizzare il Tempo, come su di una parete illuminata: «ed ogni punto sarà lo spazio da annerire/ per vederti nascere, apparire dal nulla».