Sinestesie - Rivista di studi sulle letterature e le arti europee - Dicembre 2011 Anno X
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SCRITTI DI POESIA
Alessandro Moscè, Stanze all’aperto. Moretti & Vitali, 2008, pp. 126, euro 11,00
a cura di Adriano Napoli


Stanze all’aperto è un diario lirico scandito in cinque ampie sezioni che si dilatano ulteriormente in una duplice prospettiva: spaziale e temporale. Lo spazio è quello compreso tra i poli estremi e complementari del mare e della collina marchigiana: Fabriano e Ancona sono i luoghi della memoria e del vissuto di un poeta fedele alla tradizione della “residenzialità”che ha contraddistinto gli esiti migliori della coeva poesia marchigiana, da Scataglini a Piersanti ; e acquistano il rilievo di vere e proprie personae dramatis del libro, non dunque inerti fondali, ma creaturalmente e scientemente partecipi, del suo inquieto movimento tra vicoli e versi. A questa dimensione spaziale si interseca poi quella tutta interiore di un tempo-durata concentrato nella luce estenuata, quasi grigia dell’alba( Ad Ancona spunta lattiginosa/la mattina dei viaggiatori, p.20) e in quella immobile e sensuale del crepuscolo. Quest’ultima, tra le parole più pregnanti e ricorrenti nel libro, è un termine chiave della poesia di W. Butler Yeats; nel dominio del crepuscolo, contrassegnato dall’impercettibilità e dalla vaghezza, tutte le differenze si unificano, tutte le inquiete dicotomie della realtà coabitano in soprendente equilibrio tra loro.

Inoltre la struttura poderosa e calibrata del libro, con i versi preceduti nelle prime due sezioni da inserti di rimemorazioni in prosa, stratificano il discorso poetico in un orizzonte polifonico che sembra aprirsi alle forme di un lied o alla pronuncia di un coro tragico ( e del resto, ci avverte l’autore, il mare, la costa marchigiana, gli alberghi evocati quasi in ogni pagina rappresentano “un coro”, p.15). L’elemento comune è dunque il canto, a cui è demandata la prerogativa di recingere e al contempo spiegare la complessità dell’esistente, fondato sull’unità delle differenze, attraverso la pronuncia di una parola-mito, incrostata di memoria, e pertanto prossima al ricordo della vibrazione della Parola primordiale che evoca il mondo ( secondo la memorabile lettura calviniana della poesia di Leopardi): un luogo concreto, dunque, in cui la memoria agisce attraverso l’ immaginazione, guidando il poeta nella “ricostruzione di una genesi” (p.15), al ricongiungimento con il proprio Sé.

Nella prima sezione prevalgono gli scenari marini, i paesaggi costieri, e il tempo è quello dell’estate, tempo di pienezza e di assolutezza che accoglie ma può anche respingere ( c’è un’eco diffusa, in questi versi, che sembra richiamare il tono tra elegia ed inno del Montale di Mediterraneo). Il ritmo stesso dei versi evoca il flusso continuo delle onde, battere e levare, alternando all’endecasillabo piano e prosastico , distesamente narrativo, un settenario o altri versi brevi cantabili che impennano verso una pronuncia assoluta. Al mare, la più colma e assoluta delle visioni, immagine e archetipo di ogni forma possibile, si intrecciano le sfumature di una luce ora sensuale e languida, ora malinconica e umbratile, in cui prende forma il volto di Eros, che si confonde nella grazia dei dettagli minuscoli che rendono indimenticabile e irraggiungibile un corpo di donna: Sui sandali della ragazza/c’è un filo di sabbia/ che si allunga come l’onda./Lei si svestirà per i suoi amori/senza far vedere le pupille/ nascoste dagli occhiali (p. 22).
Lontani ma incombenti i rumori della vita, il suono delle discoteche sui colli (p.26) sembrano ricordare al poeta che il destino di chi cerca nelle forme del mondo la traccia di una pienezza è quello di vegliare in solitudine ai margini delle esistenze dei “sonnambuli della riviera”.

La seconda sezione si inscrive, in apparente opposizione, in un paesaggio dalle rotondità collinari, alla luce subentra la notte che isola la coscienza in uno spazio presago che apre a nuove inquiete visioni. La notte è il vero luogo dell’immaginazione, nel suo alveo le cose si svuotano per rivelare la filigrana di un “altro mondo” ai “guardatori della luna”. (p.39).
Ma è nella terza sezione, intitolata D’amore e di altre cose, che i fili delle ispirazioni molteplici, e solo apparentemente oppositive, che sorreggono la complessa tramatura del libro vengono a coincidere e completarsi ( insieme con le ultime due sezioni in cui agli spazi solitari marini e collinari si avvicendano quelli, altrettanto memoriali e simbolici degli scorci cittadini) in un unico nodo drammatico.

Quasi ogni lirica trae slancio dalla esattezza di percezione e al contempo dalla vaghezza di un dettaglio, una visione di scorcio che sembra dilatarsi nell’immaginazione poetica: Nei balconi le ringhiere arrugginite (p.21); Il cielo bianco/soffia una brezza gentile (p.24); I bar del centro si affollano(p.26); Il fumo di pioggia/ fissa una campagna vitrea(p.43); Il profumo della terra/lo sentiamo in pochi (p.44)In quel punto, in quel punto/frana la terra cava (p.79); C’è una tana nel giardino così povero / un cerchio d’aria”(p.80). In Moscè, dunque, come nel Leopardi lirico le idee non sono astratte, intellettuali, ma prendono le forme di immagini concrete, di cose reali che chiunque può riconoscere e riportare alla propria esperienza.
La ricorrenza, quasi rituale, liturgica, di parole-metafore: il giardino ; l’ippocastano; la panchina; il crepuscolo; i treni merci; le autostrade , circoscrivono l’orizzonte insieme mitico e quotidiano in cui il demone Amore si manifesta; l’ hortus conclusus in cui viene a dare forma ai fantasmi della nostalgia, del dolore, della mancanza( esci fuori, demone, fantasma, follia... p.71).

Il canto lirico di Moscè, tra percezioni e immaginazione, è dunque sempre un canto di Amore, in cui il mitico figlio di povertà e di mancanza informa di sé ogni aspetto dell’essere, proiettando il corpo e la coscienza dell’amante ( in cui il sudore delle mani, del corpo proteso all’amore, sembra aggiornare i sospiri cavalcantiani ) sull’abisso dello sbigottimento, della miseria senza nome, e proprio su questo estremo limite dell’esperienza e dello spossessamento di sé, lo riappropria e lo radica nel fondamento della sua essenza, che coincide drammaticamente con quella del suo mistero.






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