Carlo Cipparrone, Il tempo successivo (Czas, ktòry nadejdzie) Mirror of Glances recensione di Domenico Cipriano
Si leggono tutto d’un fiato le poesie di Carlo Cipparrone, e qui troviamo una selezione per le la raccolta Il tempo successivo, edito in Polonia, con traduzione a fronte curata da Pawel Krupta. Si tratta di poemetti carichi di attualità, affrontati con un tono disteso che rende immediata e piacevole una prima lettura in superficie. Già Raffaele Piazza, in una puntuale recensione a Strategie dell’assedio, la raccolta di Cipparrone edita nel 1999, si era soffermato sullo “stile diretto ed efficace” con cui si sviluppa la scrittura del nostro, sottolineando come il volume fosse “caratterizzato da una forte connotazione narrativa attraverso la quale l’adesione delle parole alle cose è quasi sempre puntuale, con rari scarti linguistici e semantici”. Del libro citato ritroviamo, in questa antologia, quattro dei sette poemetti raccolti che, confrontati con gli altri, evidenziano una coerenza stilistica, con un percorso lineare che affabula il lettore coinvolgendolo nelle pur brevi trame narrative. L’autore tuttavia non scade mai in una prosa scialba, i testi si sviluppano spesso su rimandi fonetici guidati da una leggerezza di fondo, facendo in modo che la poesia, come sottolinea anche Alessandro Ghignoli in postfazione, non risulti “mai fredda, distante”.
La prima sezione (I trapianti), è un poemetto autobiografico, dove si rispecchia una rassicurazione di vitalità esistenziale che, pur calandosi nella memoria, attraverso le immagini del vissuto lungo l’Italia, ne rende il tutto attuale ed oggettivo.
Riflessioni sulla memoria e le proprie origini sono solo il punto di partenza per la vita di ognuno, come quella densa e disperata dei poveri de Lo sperpero del sangue, o quella in apnea ed interrotta dall’architetto “subacqueo”, che rappresenta uno dei momenti più alti della raccolta. In particolare in quest’ultima sezione c’è l’asfissia del mondo contemporaneo, racchiuso nei passaggi esposti con gli eventi, le paure e le sconfitte dell’uomo esausto, privato dell’immaginazione: «Visto che tutto è bell’e organizzato / prescritto da leggi e codici, / all’architetto Pietro Pin / restano poche fantasie / e tanta solitudine». La mancanza di “vertigine” della vita, e forse l’assenza di «un gesto / una parola», lo condurrà ad un tragico e meditato epilogo, che ricorda quello del “Martin Eden” di Jack London.
Ne Il nemico, invece, il percorso interiore è alimentato dal rimorso, nella metabolizzata consapevolezza che «le ferite restano e il sangue / è la sola misura di questa vita».
Dora Markus, la protagonista della sezione omonima, nasconde ancora «il vero di sé / che l’opacità del corpo ostacola, / non rivela (il segreto / che ognuno costudisce)», nei suoi streap-tease in cui cadono gli indumenti per lo spettacolo. È la difesa di un “pudore” che sembra non esistere più, proprio in nome dello spettacolo, nei “reality” dei nostri giorni. Qui l’autore sembra voler sottolineare l’ambivalenza tra i segni esterni e la propria interiorità, tenuta riservata per un briciolo di dignità della vita che ci è data.
Col tempo osserveremo sempre più da lontano il mondo che ci è appartenuto, così la città, figlia di un passato indicibile, fa apparire “il suo disordine”. È una delle riflessioni della sezione La distanza in cui si rivela la perdita; i morti che non ritornano saranno sempre più il riferimento per misurare la dimenticanza dalla memoria collettiva, lo strumento con cui misureremo la nostra distanza dagli eventi: «la nostra futura / lontananza dal mondo».
Per finire Cipparrone ci ricorda “della scontata inadeguatezza della poesia a risolvere i problemi reali” (così Powel Krupka nella sua introduzione), e chiude l’antologia con questa riflessione: «Il poeta ha un’unica freccia / al suo arco: la parola; / con cui tenta di centrare la verità, / riuscendo solo a sfiorarla [...] sono illeggibili agli altri / le sue premonizioni», ma nello stesso tempo riconosce ancora alla parola la sua funzione salvifica se lasciata sedimentare dentro di noi, per poter svelarsi e concimare «la zolle a divenire» perché «fioriranno i semi / in un tempo successivo».
A distanza di qualche anno, una nuova traduzione dei testi di Cipparrone vede la luce, questa volta in Inglese, per la prestigiosa collana della Gradiva Pubblication, diretta da Luigi Fontanella. Le traduzioni sono a cura di Martha Bache-Wiig, e il titolo di questa raccolta è “Mirror of glances” (specchio degli sguardi). Ritroviamo qui alcune poesie già tradotte in polacco, ma anche altre traduzioni di testi differenti, partendo dalle origini della poesia del poeta calabrese. Così da “Le oscure radici” del 1963, si passa per le poesie de “L’ingnoranza ed altri versi” (1985), fino a “Stategie dell’assedio” del 1999, uno spaccato attento e significativo per far conoscere anche oltreoceano la poesia di questo interessante poeta, attraverso i passaggi più intensi che “distillano” i poemetti accolti dal polacco Powel Krupka, per coglierne ancora più l’essenza dei versi, per il lettore di lingua inglese che si avvicina per la prima volta alla poesia di Cipparrone.