Carlo Felice Colucci, Le vane occasioni (ultimi versi), Alfredo Guida Editore, Napoli 2008, pagg. 79, € 9.50 a cura di Raffaele Piazza
Carlo Felice Colucci, molisano di nascita, è sempre vissuto a Napoli, svolgendo attività di medico e ricercatore, dedicandosi, tra l’altro, nel corso degli anni ’70 a interessanti studi sui ritmi circadiani, per cui ebbe consensi internazionali e pubblici, anche su riviste di lingua inglese. Le vane occasioni, il testo di Carlo Felice Colucci, che prendiamo in considerazione in questa sede non è scandito ed è preceduto da un’esauriente e acuta prefazione di Maria Luisa Spaziani e da una nota dell’autore stesso. La nota di Colucci al suo testo è venata da un forte pessimismo; in tale nota, il nostro, dopo aver detto che le dichiarazioni di poetica non gli sono mai piaciute, o meglio di trovarle inadeguate, afferma: «Se per Ghiannis Ritsos, l’Autore di Epitaffio, i poeti sono gli ‘inconsolabili consolatori del mondo’, per me restano solo ‘inconsolabili’, ma non consolano un bel niente».
Dice Colucci che la funzione della poesia è quella di appagare solo i poeti stessi, ma che la poesia in se stessa non serve a nulla. Il titolo di questa raccolta fa venire in mente quello montaliano di Le occasioni, testo famosissimo: qui si tratta sempre di occasioni, ma di occasioni vane, elemento del tutto in sintonia su quanto suddetto, sulla visione, della poesia da parte di Colucci. I componimenti di Le vane occasioni, sono tutti caratterizzati dalla presenza di un titolo, e formalmente sono tutti costituiti da una lunga strofa. Bisogna aggiungere che ogni singola composizione è caratterizzata da un fluire barocco (nel senso buono), dei versi in lunga ed ininterrotta sequenza, con scarsissima presenza di punteggiatura: poesia fluviale, dunque, quella che Colucci ci presenta, carattere che viene accentuato dalle dimensioni spesso notevoli degli stessi componimenti poetici.
Come scrive Maria Luisa Spaziani nella prefazione, leggendo questa raccolta, si è naturalmente colpiti dalla sua particolare prosodia che rende Colucci unico e riconoscibile tra i poeti contemporanei : la sua poesia è caratterizzata da un procedere ansimante, con continui inciampi ed ostacoli nel discorso. Programmatico il primo componimento intitolato Ad un poeta che credo d’esser: «Amico mio se d’esser poeta credi/ non sai che forse nessuno di noi due lo è/ voci mi dicono, arcane, la poesia/ ben altro è, cosa che mai ci appartenne...».
Anche in questo componimento ritroviamo lo scetticismo del poeta sulla poesia come valore; c’è un’incontroversibile ironia in questi versi in cui il poeta, dialogando con un interlocutore, di cui ogni riferimento resta taciuto, gli dice che egli crede solo di essere un poeta, ma che, alla resa dei conti forse non è poeta nemmeno il poeta stesso, la voce, l’io-poetante. Colucci qui è bravo a giocare con le parole, ad introdurci nel suo mondo fatto di scetticismo e anche nichilismo, in cui tutto viene messo in discussione, a partire dalla poesia stessa. Tutto, in questa poesia pare essere sotteso alla vanità delle cose e della vita: «...né/ tempi supplementari attendiamo, noi in/ città aliene dove al destino si gioca...». Uno stabile esercizio di conoscenza, quello di Colucci che nella raccolta tocca vari temi, dalla psicologia delle donne, alle Vittime del G.8, dalla giovinezza, all’amore.