Sinestesie - Rivista di studi sulle letterature e le arti europee - Dicembre 2011 Anno X
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TEATRO
La Fedra flamenca: a Napoli
a cura di Matilde Tortora


In Euripide il mondo è donna; il tragediografo, e nel farlo fu davvero il primo, mise in scena non eroi ma uomini lacerati dalla quotidianità, e in particolare mise in scena donne e delle donne seppe raccontare il dolore e la grandezza, anche nella miseria.
Miguel Narros, uno dei maggiori registi teatrali spagnoli, porta la tragedia di Fedra ad incontrare ancora più fortemente noi contemporanei; il personaggio una delle figure femminili più complesse della produzione di Euripide (Miguel Narros nel suo adattamento si richiama anche alla Fedra di Seneca e Racine), è condotta ad affrontare il suo daimon rivivendo nell’oggi in un coinvolgente intreccio di parola, danza e musica, in uno spettacolo davvero superlativo, andato in scena al Teatro Mercadante nell’ambito degli spettacoli del Napoli Teatro Festival 2009, un festival che si delinea con grande evidenza e incisività come luogo di feconde commistioni, come attivatore di spettacoli di levatura mondiale, come costruttore di eventi produttivi e spettacolari tali da situare Napoli a buon diritto tra le grandi capitali del Teatro.

Lo spettacolo, che è una coproduzione Napoli Teatro Festival Italia, Producciones Faraute, Macandé, Festival de Mérida, con le musiche dal vivo composte da Enriqur Morente, con un ensemble di danzatori di flamenco di grande bravura, coreografie di Javier Latorre, è infatti parte di un progetto spagnolo che intende ripercorrere e attualizzare i grandi classici del teatro nelle forme e nei modi della creatività moderna e che a al Teatro Festival di Napoli ha visto il suo debutto e tre repliche, alla presenza di un pubblico che ne è stato totalmente catturato, 120 minuti di bellezza, sapienza tecnica, elementi sonanti e dissonanti egualmente eccelsi, compreso il rombo del motore della motocicletta su cui Ippolito (il figlio dell’Amazzone, il grande cavalcatore per selve e serre, votato alla dea Artemide) alla fine percorre il palcoscenico, prima di affrontare lo stretto imbocco che lo rapisce alla vista, compiendosi il doppio tagico epilogo dell’opera.

“Con questi elementi abbiamo creato il nucleo della tragedia per rappresentarla come un’opera flamenca. I personaggi protagonisti di questa storia sono gitani: un padre, un figlio e una donna che non accetta la sua condizione di sposa. Un coro di giovani canterà il dominio dell’amore sugli uomini di tutti i paesi, le età e le condizioni; sugli dei del cielo e dell’inferno, sugli animali della terra, dell’acqua e del cielo. Questa danza avviene nel XXI secolo. Gli esseri umani non cambiano, ma si trasformano i comportamenti. Non importa il luogo in cui si rappresenta. Lo spazio è quello della tragedia. Fedra aspira a distruggersi, e ha ragione di farlo. Ippolito non muore a causa della maledizione del padre. Ippolito muore in un incidente in moto”.

“Amore, che stilli sugli occhi il desiderio, indicendo il dolce fascino nell’animo di quelli che assalti, non apparirmi assieme alla sventura, non venire in dissonanza”- prega la protagonista , la bravissima attrice e ballerina Lola Greco e quasi potesse essere versato del balsamo sulle sue invisibili ferite, allora si alternano alcune bulerias, il canto e il ballo delle giornate di festa, quasi presagio di una pausa se non proprio di felicità, che commisto agli altri canti e passi di flamenco,di grande profondità, creano una tensione, un clima di mistero, come a dire “vorrei ma non posso, non voglio ma devo”. Ed è forse qui l’acme della trasposizione della Fedra nell’attualità, è qui che le sue parole ridicono i nostri fati, toccano e incrociano i nostri destini. Fedra confida alla nutrice i suoi strazi “Una persona cara, senza volere, rovina me contro il mio volere”.e Lei non è in grado di contrastare questo veleno che, non per suo volere, fa amare il male anche alle persone sagge e virtuose. Vuole morire. “Mia cara bambina, abbandona i cattivi pensieri e smetti il tuo orgoglio; giacché non è altro che orgoglio il credersi più degli dei. Abbi il coraggio di amare: è un dio che l’ha voluto”.

Amador Rojas, che interpreta il casto Ippolito (Amador, questa volta nomen non omen), bravissimo anch’egli nell’interpretare l’ostinata, difficile riluttanza, Alejandro Granados, un dolente Teseo, scalfito nel suo dominio, diviso e vacillante nella perdita di ruolo, anch’essi di grande dolente modernità, potrebbero senza alcun dubbio, esserci figlio, padre, marito, non da meno di quanto Fedra sia ancora oggi una donna, che magari ci vive accanto, ci sfiora passando per strada, ci è sorella forse, dolentissima amica.




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